Il virus che ci libera dall’individualismo (“Nostro Tempo” 8 marzo 2020)

La peste«La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. […] I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce ne s’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi». Come avrà intuito la maggior parte dei lettori di questa modesta rubrica mensile, si tratta di un passaggio de La peste di Albert Camus. Pubblicato nel 1947, il romanzo dello scrittore ed intellettuale engagé – premiato dieci anni dopo col Nobel per la Letteratura – presenta certamente una scabra metafora dell’occupazione nazista e, più ampiamente, del male sperimentato dall’umanità, ma in questi giorni molto singolari segnati dal diffondersi del Covid-19 può essere riletto anche “semplicemente” per il suo senso letterale, per la capacità di evocare le molteplici risonanze del contagio. Rileggere Camus nell’epoca della globalizzazione tecnocratica, lungi dal risultare un’operazione inattuale, può infatti aiutarci ad attraversare – mentalmente indenni – il chiacchiericcio dei populisti e le paranoiche ricostruzioni dei complottisti, le code per approvvigionarsi di acqua e viveri per tacere le proteste per il rinvio delle partite di calcio. CamusConfrontarsi con la sapiente narrazione di un’epidemia molto più straziante e letale, dialogare con i diversi personaggi misurandosi con pensieri, sentimenti ed azioni sorti nella sofferta solitudine dell’isolamento di Orano, decifrare l’umanesimo integrale e solidale del dottor Rieux o gli affondi teologici delle omelie di padre Paneloux S.J., sono solo alcuni degli esercizi di pensiero che la lettura de La peste ci consente di compiere per tentare d’imparare qualcosa da quest’epidemia di coronavirus. A mio parere, ci sono due temi che emergono tra gli altri da quest’inaspettata esperienza e non mi riferisco – come qualche lettore potrebbe a ragione immaginare – alla classica questione di pertinenza della teodicea si Deus sit, unde malum? (se Dio esiste, da dove il male?) o al senso della sofferta scelta di non ammettere i fedeli alle celebrazioni eucaristiche. [A mo’ di nota a margine, spero che quest’ultima situazione abbia costretto non pochi cattolici praticanti ad interrogarsi su che cosa significa essere Chiesa in una società secolarizzata, in cui lo Stato laico in casi eccezionali può chiedere alle autorità religiose di limitare la partecipazione al culto divino per tutelare la salute pubblica e la sostenibilità delle strutture sanitarie. Un caso serio, certamente, che ha portato alcuni a disobbedire, altri a protestare o a criticare le decisioni dei vescovi, ma che – in ogni caso, con buona pace dei più intransigenti – non ha assolutamente a che vedere con qualsiasi presunta forma di svalutazione della santa Messa!]. Chiusa la parentesi, il primo tema che intendo prendere in considerazione rispetto all’attuale epidemia riguarda la rinnovata consapevolezza dell’innegabile vulnerabilità umana. Covid-19Che a fronte del progresso medico, economico e tecnologico dell’Occidente la coscienza di questa fondamentale caratteristica umana si sia indebolita può essere facilmente rilevato a livello sociologico, al punto che – al di là delle singole vicende biografiche – vi è chi ha pensato di inquadrare la morte come mero “problema tecnico” da risolvere nel futuro prossimo attraverso gli sviluppi delle biotecnologie e dell’ingegneria biomedica. Mi riferisco all’acclamato Homo Deus. Breve storia del futuro di Yuval Noah Harari, storico della Hebrew University di Gerusalemme, che procede dalla descrizione del controllo conquistato dall’umanità sulle calamità naturali, sulle epidemie e sulle guerre: «All’inizio del XXI secolo è più probabile che l’umano medio muoia per un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaida. […] nella lotta contro calamità naturali come aids ed Ebola i rapporti di forza si stanno sbilanciando a favore dell’umanità. […] È finita l’epoca in cui osservavamo atterriti e indifesi l’infuriare delle epidemie sul pianeta». Non è ovviamente sufficiente limitarsi a costatare quanto surreale appaia oggi quest’affermazione; occorre invece riscoprire il senso della nostra vulnerabilità in modo da orientare le ricerche scientifiche non nella direzione irrealistici progetti di potenziamento, quanto piuttosto verso la prevenzione e la cura di ogni essere umano. Narciso-CaravaggioMa la riconquista del senso della vulnerabilità da sola non basta, occorre anche – ed è il secondo tema – comprendere che l’attuale epidemia ci ricorda quanto sia ancora più illusoria la pretesa di poter vivere ripiegati su se stessi, secondo il diktat della non inferiore pandemia d’individualismo narcisistico. Benché possa preludere ad una recrudescenza egoistica, il coronavirus ci ricorda che non siamo individui assoluti, cioè sciolti-da-legami, ma persone-in-relazione al punto che – proprio in forza del corpo e del suo radicamento nella natura-ambiente – siamo tutti collegati, dalla Cina alla bassa lombarda. Solo se pensata insieme alla relazionalità intrinseca del genere umano, la consapevolezza della vulnerabilità che non cede alla paura può rigenerare quella cultura della solidarietà che, anche se impersonata da non-credenti come il dottor Rieux, costituisce un’efficace praeparatio evangelica.

Ritornare a pensare per custodire la fede (“Nostro Tempo” 9 febbraio 2020)

Era un’algida mattina d’inverno. Districandomi dalla folla che scorre lenta lungo la più celebre delle piazze di Milano, entro con la curiosità di sempre all’interno di una nota libreria perdendomi subito tra reparti e scaffali. Per ovvi motivi il mio sguardo si sofferma sull’angolo dedicato alla religione e, in particolare, alla Chiesa cattolica. Tra i volumetti che raccolgono gli interventi del Papa o quelli dei più noti tra coloro che si sforzano di tradurre la spiritualità cristiana per il grande pubblico, emerge tutta una serie di libri capaci tanto di suscitare l’indignazione o di solleticare la pruderie del cosiddetto grande pubblico, quanto di provocare dolore – non sgomento, né smarrimento – in coloro che la Chiesa la amano per davvero. 1200px-Caravaggio_-_Taking_of_Christ_-_DublinNe ricordo solo alcuni tra i più noti: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (2010) di Federico Tulli, Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia (2012) di Carmelo Abbate; Vaticano S.P.A. (2017) e Peccato originale (2018) di Gianluigi Nuzzi; Avarizia (2015) e Lussuria (2017) di Emiliano Fittipaldi e, per finire, la “sociologia” del pettegolezzo ecclesiastico contenuta in Sodoma (2019) di Frédéric Martel. Le considerazioni da fare su questa pubblicistica e ancor più sui fatti – veri o presunti tali, raccontati adeguatamente o fraintesi – sarebbero troppe e forse troppo complesse. Qui vorrei accennare solo ad una domanda che la semplice menzione di questi volumi non può non suscitare: se è vero che la Chiesa, e proprio all’interno del clero, conta anche pedofili, speculatori finanziari, corruttori politici, diffamatori seriali, omosessuali assiduamente praticanti a dispetto della pubblica professione celibataria… com’è possibile continuare serenamente a ripetere ogni domenica e in ogni solennità: Credo la Chiesa…santa? I papi del post-concilio, da san Paolo VI a Benedetto XVI, hanno chiesto pubblicamente perdono per le molteplici colpe compiute dai membri della Chiesa cattolica. Ultimamente papa Francesco, concludendo nel 2018 l’Assemblea sinodale dei Vescovi dedicata ai “giovani”, ha ricordato che la Chiesa è santa, è «Madre santa con figli peccatori. […] Ma la Chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no». Tommaso d'Aquino_MiniaturaPer continuare a credere nella santità della Madre Chiesa, senza aggrapparsi ad inautentiche apologie autoreferenziali, occorre certamente pregare e convertirsi al Vangelo, ma bisogna anche riprendere quella sana abitudine cattolica che chiamiamo pensare. A dispetto di un recente orientamento che tende a sottostimare quest’attività propriamente umana, è urgente ribadire con fermezza che pensare è essenziale alla fede. Come già fede sant’Agostino, il quale – scolpendo, per così dire, nel marmo una consapevolezza maturata nella comunità cristiana dei primi secoli – non esitava a dichiarare che «la fede, se non è pensata, non esiste» (fides si non cogitetur, nulla est, in De praedestinatione sanctorum II,5). Poiché l’esercizio del pensiero teologico è un compito arduo, per la ricchezza e la profondità delle fonti, ritengo fondamentale rileggere ancor oggi i contributi sulla santità della Chiesa e il peccato dei suoi membri scritti da Hans Urs von Balthasar, da Henri de Lubac, da Karl Rahner o da Yves Congar. 9congarL’ecclesiologo domenicano, in particolare, è stato in grado di onorare l’assoluta santità della Chiesa in quanto – come Corpo di Cristo, Sposa del Verbo e Tempio dello Spirito Santo – è di Dio e da Dio, senza però dimenticare quella ch’egli ha chiamato «una certa dialettica tra ci che è dato da Dio e ciò che è ricevuto e realizzato dagli uomini», a motivo della libera risposta alla grazia o del suo più drammatico rifiuto. In questo senso, pensare la santità della Chiesa insieme al peccato dei suoi membri comporta che si affronti seriamente il tema della riforma: «i peccati, formalmente, sono personali. Per la loro importanza tuttavia, la loro accumulazione, la situazione determinante di chi li commette, finiscono per vere un effetto sulla santità dell’intero corpo e creare nella Chiesa situazioni malsane. […] La vita della Chiesa è così costellata di movimenti di riforma». Anche papa Francesco, non senza ostinate resistenze, sta cercando di accompagnare la comunità dei credenti sulla via della riforma, forte in questo caso dell’insegnamento della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, il quale riconosce chiaramente che «la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento» (n. 8). Se il compito di sciogliere l’apparente contraddizione che emerge tra un’affermazione di fede e le azioni degli uomini spetta evidentemente ai teologi, la fede “pensata” ci assicura che la risposta più efficace resta di gran lunga quella offerta dalla santità di vita dei cristiani che – per grazia di Dio – onorano nei gesti e nelle parole quella santità che è proprietà essenziale della Chiesa “solo” perché Cristo l’ha amata e ha dato se stesso per essa (cf. n. 39). 152-001-2016-Casa-Luigi-Cervi-Albinea-Italia-CoverLa condizione umana, costitutivamente sociale, richiede tuttavia che alla conversione segua anche una riforma di alcune strutture ecclesiali, che non sono più in grado di servire adeguatamente la missione propria della Chiesa o che finiscono per costituire un ostacolo all’evangelizzazione. Più complessa è la riforma della “mentalità”. Mi riferisco a quel clericalismo denunciato da papa Francesco nella Lettera al Popolo di Dio come «modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa», il quale «favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo». Ripensare radicalmente la formazione del clero, ben al di là del pur utile ricorso alla psicologia, è un compito che ormai non è più possibile rinviare. Se non ora, quando?

La pace, compito di tutti i credenti (“Nostro Tempo” 12 gennaio 2020)

Era il 1° gennaio 1968 quando san Paolo VI, celebrando la prima Giornata mondiale della pace, inaugurava una nuova e quantomai opportuna consuetudine pontificia. In concomitanza della solennità di Maria santissima Madre di Dio, da quel giorno ogni Vescovo di Roma – rispondendo a quello che lo stesso Papa santo considerava un dovere del Pastore universale – ha inviato ai confratelli nell’episcopato e ai fedeli, ma anche ai capi delle nazioni e a tutti gli uomini di buona volontà un messaggio volto a sostenere e a promuovere le ragioni della pace. Passato forse un po’ troppo inosservato, il messaggio per il 2020 di papa Francesco La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica si è rivelato invece di grandissima attualità ad appena tre giorni dalla celebrazione della relativa Giornata mondiale. Su ordine del presidente USA Donald Trump il generale iraniano Qasem Soleimani è stato ucciso tramite un attacco con drone presso l’aeroporto internazionale di Bagdad. iran-usaInutile dire che l’uccisione dell’alto ufficiale, probabilmente l’uomo più potente della Repubblica Islamica dell’Iran dopo l’ayatollah Ali Khamenei, ha seriamente destabilizzato la situazione del Medio Oriente, con significative ripercussioni a livello globale. Così come è forse inutile osservare che è ricomparso il fondato timore per lo scoppio di una nuova guerra, guarda caso – direbbero i più cinici – nell’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Difesa degli interessi nazionali? Mire imperialistiche? Una combinazione dei due motivi? Non sono certo in grado di determinare gli obiettivi reali della politica estera statunitense e non ho nemmeno mai pensato di farlo, tanto meno in questa sede. Può invece risultare di qualche utilità riprendere il messaggio di papa Francesco, per sottolineare – a fronte della possibilità di un ennesimo conflitto militare – la necessità che i cattolici prendano coscienza del necessario impegno per favorire la pace tra le persone e tra i popoli, testimoniandone la realizzabilità. La settima beatitudine non può in alcun modo essere considerata come il “mandato” affidato ad una parte della Chiesa, eventualmente specializzata nelle manifestazioni pro pace, ma si rivolge indistintamente ad ogni battezzato e, potenzialmente, ad ogni donna e ad ogni uomo: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). È con questa consapevolezza che occorre meditare La pace come cammino di speranza, almeno per rinvigorire le ragioni del proprio cristiano impegno per la pace, all’interno di un contesto epocale segnato tanto dai conflitti di una società sempre più individualistica e competitiva, quanto da quella “terza mondiale a pezzi” già denunciata dal Papa nel 2014. Papa_Francisco_ColombaAncora nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale della pace, l’attuale Successore di Pietro riconosce il diffondersi della violenza che continua a lacerare l’umanità: «La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. […] Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari». Procedendo dalla ferma convinzione della fratellanza umana, letta come espressione dell’unità del genere umano di cui la Chiesa stessa è segno e strumento (cfr. Lumen Gentium, n.1) papa Francesco analizza le motivazioni che portano i popoli a confliggere militarmente: l’«insofferenza per la diversità dell’altro», il «desiderio di possesso», la «volontà di dominio», l’egoismo, la superbia e l’odio che porta ad eliminare l’altro di cui ci è fatti un’immutabile immagine negativa. Le guerre poi vengono alimentate dalla «perversione delle relazioni», dalle «ambizioni egemoniche», dagli «abusi di potere», dalla «paura dell’altro» e dalla «differenza vista come ostacolo». Se è possibile continuare ad operare per la pace in un mondo così configurato, se è ancora possibile sostenere la ragionevolezza di un tale impegno, lo si deve certamente alla fede nel Cristo che ha vinto il peccato e la morte e che – attraverso la speranza di una partecipazione definitiva alla sua stessa Vita – anima dall’interno il desiderio concreto di pace nella storia. È in forza del dono pasquale di Cristo, ricorda il Pontefice, che la Chiesa continua ad accompagnare gli uomini di buona volontà nella «ricerca dell’ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione». 14-Simone-Martini-La-rinuncia-alle-armi-di-S.-Martino-AssisiFa parte di questo servizio che la Chiesa, e in essa ogni battezzato, svolge umilmente a servizio di ogni essere umano il fattivo invito alla conversione dello sguardo che ci si rivolge vicendevolmente (affinché s’impari a vedere sempre nell’altro una persona, un fratello), del modo di gestire l’ambito economico-politico («non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico») e di relazionarci con le risorse naturali, le forme di vita e la terra nel suo insieme. Quest’ultimo aspetto, che il Papa definisce «conversione ecologica», è purtroppo considerato ancora da molti con miope sufficienza, mentre – lo dico proprio in riferimento alla recente crisi USA-Iran – risulta invece del tutto strategico. Credere nella possibilità della pace può essere difficile, ma non è irragionevole o illusorio; la fede ci sostiene nell’impegno per la pace nella storia perché permette di conoscerne la realtà escatologica. Poiché la pace ci attende, possiamo ritenere che sia possibile anche ora. «Non si ottiene la pace» ammonisce papa Francesco «se non la si spera».

Il Crocifisso appeso ai lacci delle scarpe (“Nostro Tempo” 15 dicembre 2019)

04fdcabTra le categorie elaborate per descrivere l’attuale situazione del cristianesimo nelle società occidentali, quella che più di altre sembra svolgere tale compito col minor margine di errore risponde al nome di “post-cristianesimo”. Al di là del comprensibile scetticismo ch’essa può suscitare, ritengo tuttavia che se considerata come semplice strumento interpretativo – e non sopravvalutata come categoria capace di definire pienamente lo spirito-del-tempo (Zeitgeist) – tale espressione possa contribuire a leggere almeno alcuni aspetti della complessa realtà sociale nella quale viviamo. Uno dei vantaggi che la prospettiva dischiusa da quest’espressione comporta, consiste nel carattere dialettico inerente al “post” che precede il riferimento alla religione cristiana. Connotando una situazione o un evento come postcristiano, da un lato, s’intende infatti sostenere che quanto si sta interpretando va a collocarsi in un orizzonte che implica l’oltrepassamento di un quadro comunemente accolto come cristiano. Dall’altro lato, tuttavia, viene allo stesso tempo ribadito che ciò che è così interpretato non può essere compreso senza riferirsi al cristianesimo dal quale proviene e dal quale comunque finisce per prendere le distanze. A questo punto, è forse possibile concretizzare tale dinamica attraverso un esempio che mi azzardo ad interpretare come paradigmatico della condizione in cui – dal punto di vista dell’immaginario socioculturale – viene a trovarsi il cristianesimo nell’attuale passaggio d’epoca che l’Occidente sta attraversando. Mi riferisco ad un prodotto che qualche settimana fa ha riscosso l’attenzione delle testate giornalistiche, se non per il suo valore intrinseco quantomeno per la sua innegabile bizzarria, per certi versi, come minimo irriverente. jEffettivamente si tratta “solo” di un paio di scarpe, ma alquanto singolari. Si tratta degli sneakers Nike Air Max 97, rivisitate dalla MSCHF di Brooklyn attraverso l’aggiunta di elementi cristiani: un crocifisso di metallo tra le stringhe, 60 centilitri di acqua “santa” proveniente dal fiume Giordano racchiusa nella suola, croci stampate sulla soletta e la citazione evangelica «Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare» (Mt 14,25). Queste scarpe, presto chiamate Jesus sneakers, hanno conosciuto un successo “virale”: dagli USA alla Francia, dalle Filippine all’Italia sono diventate oggetto di un’intensa ricerca, fino ad essere vendute nelle aste online intorno ai tremila dollari al paio e ad andare presto esaurite. Alla luce di alcuni approcci analitici sviluppati nell’ultimo mezzo secolo, possiamo mettere da parte le reazioni semplicistiche che oscillano tra la derisione e lo sdegno, per leggere in questo prodotto di consumo un sintomo. Quando si dà un evento, caratterizzato anche da un certo riconoscimento sociale, vuol dire che si sono concomitantemente attuate le condizioni storiche e socioculturali per la realizzazione di tale accadimento. Le nostre società occidentali, in altri termini, risultano ambienti nei quali è stato possibile produrre e commercializzare con successo un paio di scarpe che contiene acqua santa nelle suole e un crocifisso tra le stringhe. Non è forse questo, mi chiedo, un “calzante” esempio di quel che significa il termine “post-cristianesimo”? j2A che cosa fanno segno le Jesus sneakers se non ad un “mondo” in cui i simboli della religione che ha plasmato l’Occidente vengono assorbiti dalle dinamiche del consumismo e ridotti ad “icona commerciale”, ultimo ritrovato delle ricerche dell’ufficio marketing di un provocante brand newyorkese, oggetto di consumo gradito da fan del cristianesimo? Questo paio di scarpe non manifesta simbolicamente come il cristianesimo fatichi a resistere al processo di risignificazione omologante dovuto all’attestarsi della logica culturale del capitalismo che riduce tutto a merce? Per quanto non usuali, questo genere di analisi non sono certo nuove. Quella più celebre risale al 17 maggio 1973 ed è stata pubblicata sul Corriere della Sera a firma di Pier Paolo Pasolini. L’analisi, divenuta celebre, aveva come oggetto lo slogan dei jeans Jesus: «Non avrai altri jeans all’infuori di me». Una strategia di marketing molto efficace, che ha suscitato le «geremiadi» dell’Osservatore romano e la diligente risposta della magistratura. Si trattava evidentemente di reazioni consone ad un altro contesto socioculturale – l’Italia del Concordato Stato-Chiesa negli anni Settanta – che Pasolini non solo delinea con spietato acume, ma di cui fotografa anche il tramonto con sorprendente lucidità. «Il futuro appartiene alla giovane borghesia» leggiamo nella raccolta Scritti corsari «[…] che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio». Pier Paolo Pasolini, Scritti corsariLo slogan dei jeans Jesus, col suo «cinismo», consentiva al poliedrico intellettuale d’annunciare l’imporsi di una decisiva mutazione sociale: con l’imporsi del consumismo, la religione non servirebbe più ai detentori del potere per esercitarlo sulle masse. Che cosa suggeriscono invece i Jesus sneakers nel tempo della globalizzazione neocapitalistica, in cui il consumismo stesso sembra aver assunto i tratti di una religione? È difficile stabilirlo qui. Sembra tuttavia che questo “sintomo” inviti i cristiani a ripensare a fondo la propria posizione nella società, testimoniando ecclesialmente che la fede in Cristo non è in alcun modo riducibile all’attuale religione post-cristiana del consumo.

Chesterton, antidoto contro le ideologie (“Nostro Tempo” 10 novembre 2019)

È quantomeno doveroso riflettere sulle tragiche vicende di Bibbiano. Ma è altrettanto ragionevole adoperarsi per evitare che il dibattito suscitato dall’inchiesta Angeli e demoni venga condotto nel modo adottato da diversi politici. Oscillando tra la recriminazione di parte e la manipolazione strumentalizzante, non pochi esponenti di tal o talaltro partito hanno contribuito ad eclissare le questioni di fondo sollevate dai casi ambientati nella Val d’Enza. Non è però assolutamente accettabile che temi come la tutela dei minori da parte dello Stato o l’assistenza sociale alle famiglie in difficoltà vengano ridotti a slogan propagandistici, da lanciare contro l’avversario politico in uno dei tanti talk shows televisivi. È pertanto necessario porsi in ascolto di altre voci, libere dalle tiranniche esigenze della comVescovipetizione politica. Si pensi qui, ad esempio, ai commenti dell’episcopato emiliano come le interviste del vescovo di Reggio Emilia, mons. Massimo Camisasca, o al recentissimo intervento dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, il quale ha espresso cinque “no” – alla strumentalizzazione politica, al discredito ideologico della famiglia tradizionale, alla superficialità dei provvedimenti di allontanamento dalle famiglie naturali, al discredito di assistenti sociali, giudici e operatori sanitari, al discredito delle case-famiglia e delle famiglie affidatarie – e un grande “sì” verso i bambini. Alcuni mesi prima, intervistato da Radio Vaticana Italia, mons. Camisasca aveva così evidenziato una delle questioni emerse in modo drammatico dal caso Bibbiano: «Dobbiamo piuttosto preoccuparci dei trend culturali e dei trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire” la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La contestazione ideologica del ruolo educativo della famiglia, ad esempio, ritorna a più riprese nella storia del pensiero occidentale. È ovviamente impossibile tracciarne qui il benché minimo profilo; ciononostante può forse essere istruttivo considerare un piccolo episodio. Mercoledì 27 novembre 1935: l’emittente radiofonica BBC trasmette una curiosa conversazione tra due illustri intellettuali inglesi (tradotta in italiano da Annalisa Teggi per Rubbettino nella raccolta Radio Chesterton. Dai microfoni della BBC). bertrand-russell-02Da un lato, il filosofo Bertrand Russell sostiene apertamente che «i genitori siano inadatti per natura a crescere i loro figli» e che – pur senza ritenere che altri siano per natura adatti a farlo – sia meglio affidarli alle cure di professionisti all’interno di asili organizzati. Dall’altro lato, lo scrittore Gilbert Keith Chesterton non esita a ribattere – smascherando l’irragionevole esito sotteso all’apparente razionalità dell’avversario – che egli, in realtà, non farebbe altro che suggerire di «pagare un certo numero di impiegati che fingeranno di avere quel genere di interesse verso i bambini che, di fatto e per qualche misteriosa misericordia di Dio cum Natura, voi e io abbiamo sperimentato nel rapporto con i nostri genitori per legge naturale». Screditare ideologicamente i genitori quanto all’arduo compito dell’educazione dei propri figli equivale, per colui che è stato definito a ragione “il principe del paradosso”, a comportarsi come «quel pazzo che va in giardino sotto la pioggia battente e tiene un ombrello aperto sotto le piante che annaffia». In entrambe i casi si tratta di sostituire quanto è stato disposto da “Dio cum Natura” con una soluzione artificiale che risulta inadeguata e insufficiente, al limite del ridicolo. Ovviamente Chesterton è pienamente consapevole che il discredito ideologico, sotteso alle argomentazioni di Russell, ha conseguenze incommensurabilmente più traumatiche rispetto al bizzarro comportamento del pazzo nel giardino. chesterton-2L’inventore di “Padre Brown” conduce infatti il suo avversario ad ammettere che sia «assolutamente necessario», particolarmente nel caso delle madri della classe operaia, «fornire, con un atto del Parlamento, dei poteri dispotici agli asili affinché prendano i bambini che vogliono loro, tanti o pochi che siano, cioè che sequestrino i bambini». L’abilità retorica di Chesterton riesce a mettere in luce quella conseguenza che la logica del filosofo tardava ad asserire, ossia che dall’affermazione “assoluta” dell’inabilità dei genitori ad educare i propri figli discende inesorabilmente la tentazione di riconoscere a qualcuno il potere dispotico di “sequestrare” quegli stessi bambini in nome di una educazione migliore. Una delle questioni su cui occorre vigilare, nell’analisi dei “trend culturali e dei trend ideologici” che una teologia della famiglia finalmente aggiornata dovrebbe essere in grado di compiere, riguarda quindi il legame che viene quasi inevitabilmente a crearsi – come Chesterton ha fatto abilmente emergere dalle considerazioni di Russell – tra il sospetto ideologico che grava sui genitori e il tentativo d’introdurre surrogati educativi che pretendono di sostituirsi a forza di leggi positive a quanto disposto da Dio attraverso le umane dinamiche generative. Se per Russell, tornando al 1935, un’infermiera manifesterebbe molto probabilmente più dedizione di una madre, Chesterton non teme di dichiarare: «mi assumo la responsabilità di dire che» – per quanto esistano certamente madri ubriache o criminali, ciniche o scettiche – «la stragrande maggioranza delle madri mostra tutti gli istinti normali; per lo meno, tutte le madri che conosco sono costantemente impegnate a seguire i figli con intensa lealtà». Il breve scambio trasmesso dalla BBC, più di ottant’anni, fa è solo un esempio letterario. Eppure, può aiutarci a decifrare almeno una parte di ciò che è emerso dalle sofferte cronache di Bibbiano.

Una sfida pastorale per la Chiesa in uscita (“Nostro Tempo” 13 ottobre 2019)

Ideare il piano pastorale di una diocesi o di una parrocchia richiede attualmente un dispendio di creatività non indifferente. Si tratta, infatti, di rispondere – in modo possibilmente non scontato – alle molteplici esigenze di una comunità molto più differenziata e composita di quanto non sia estesa dal punto di vista numerico. Se a questo si aggiungono le urgenze dettate dal doveroso impegno della “Chiesa in uscita” (tanto per l’annuncio, quanto per il servizio), appare piuttosto chiaro che il compito di architettare una proposta pastorale coinvolgente e il più possibile completa risulti quantomeno complesso. In ogni modo, poiché lo Spirito Santo anima il corpo della comunità cristiana, ognuna delle sue membra è chiamata a corrispondere a quel dono di vita testimoniando la propria appartenenza a Cristo. IX modoSi tratta, in altri termini, di intraprendere quel peculiare “cammino insieme” (syn-odos) che richiede di pensare – ad ogni tappa significativa del percorso comune – come armonizzare le idee, le parole e le azioni per testimoniare il Vangelo, sperando di esperire nuovamente quell’unanimità e quella concordia di cui parlano gli Atti degli Apostoli (4,23). È così un realistico senso dello scorrere del tempo, a far sì che ogni anno si inviti la comunità a concentrare la propria attenzione su uno dei molteplici aspetti dell’esistenza cristiana, secondo formule più o meno adeguate ai soggetti e alle circostanze. Se però si vuole che questa situazione risulti effettivamente feconda, ritengo che sia quantomeno auspicabile cercar d’individuare una sorta d’infrastruttura teologica che consenta di articolare dinamicamente il cammino della comunità, scongiurando l’ostacolo della frammentazione dei percorsi e delle iniziative. Nella Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, papa Francesco si è espresso con parole che non possono certo essere confinate nei fugaci limiti di un evento: «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia» (MV,10). Sulla base poi del testo fondamentale di Mt 25,31-46, il successore di Pietro ha invitato a riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale per «aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali» (MV,15). Se le opere trinitarie della creazione, della redenzione e della santificazione – come si può documentare attraverso la teologia di san Tommaso d’Aquino – sono espressioni della divina misericordia e se siamo chiamati da Gesù stesso ad essere misericordiosi come il Padre (cfr. Lc 6,36), allora si può ben dire che l’esercizio delle opere di misericordia costituisce non una devozione tra le altre, ma la via fondamentale per articolare la sequela Christi sul piano personale e comunitario. Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_(1607,_Naples)Se si accettano queste premesse, è possibile ripensare le dodici opere di misericordia – tutte capaci di rigenerare legami interpersonali secondo la logica del dono – come elementi del basso continuo che accompagna il succedersi dei piani pastorali. «Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti», così come «consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti» costituiscono allora, ad un tempo, una mappa e un programma. Considerando le persone dal punto di vista del corpo, così come da quello dello spirito, la tradizione delle opere di misericordia ci offre una mappa per orientare l’intelligenza verso il riconoscimento delle necessità di coloro che incontriamo e per comprendere come rispondervi. Quello che sembra un mero elenco, emerge invece dalla sacra Scrittura – letta nella tradizione della Chiesa – per offrirci un programma che risuoni, nelle fratture dell’attuale passaggio d’epoca, come un appello capace di persuadere all’azione sia le singole membra, sia l’intero corpo ecclesiale. Per quanto non siano mai sufficientemente realizzate, le opere che risultano più comprensibili e quindi più raccomandate sono probabilmente quelle di misericordia corporale, non da ultimo per l’urgenza che caratterizza i bisogni ai quali invitano a rispondere. La comunità cristiana, attraverso la dedizione delle persone e l’impegno delle associazioni, opera da secoli sui fronti menzionati da quelle sette opere (e non solo), coinvolgendo nel servizio anche coloro che non professano la fede cattolica. Ma perché l’esercizio della misericordia si rivolga effettivamente alle donne e agli uomini che incontriamo, non basta – per quanto sia improrogabile – occuparci delle necessità che attengono al corpo, ma occorre prendersi cura delle ferite dello spirito. chagall-filsprodigue-grande-largeIn tempi di analfabetismo religioso e funzionale, di lacerante solitudine, di sgretolamento delle certezze condivise, di competizione e di diffusa autoreferenzialità narcisistica è necessario riportare l’attenzione sulle opere di misericordia spirituale. Non solo perché appartengo all’Ordine dei Predicatori, che esiste per esercitare la misericordia veritatis, ma perché appartengo all’umanità e a Cristo non posso non invitare ogni battezzato – e in via di principio ogni essere umano – alla pratica delle opere di misericordia spirituale, superando l’antico pregiudizio che tende a riservarle al clero, lasciando ai laici le più immediate cure del corpo. Come ha scritto Luciano Manicardi, Priore del Monastero di Bose, «in questi tempi difficili, richiamare la tradizione delle opere di misericordia significa cogliere la carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio» (La fatica della carità, p. 198).

VELUTI SI DEUS DARETUR. Su teologia e università in Italia oggi

Un rifugio di verità. Hannah ArendtÈ in questi termini che, all’interno di una celebre riflessione sul rapporto tra verità e potere politico, Hannah Arendt pensa l’università. Prendendo spunto da questa intuizione, Juan Carlos De Martin – professore al Politecnico di Torino e autore del bel libro Università futura (2017) – aggiunge che in un contesto democratico il senso dell’università consiste nel “dire verità”. Un compito al quale la comunità accademica sarebbe obbligata proprio in forza di quelle garanzie di autonomia e di libertà che le sono dovute in quanto istituzione finalizzata al servizio della preservazione, della trasmissione e dell’incremento del sapere. Per realizzare questa triplice finalità, secondo De Martin, l’università è chiamata innanzitutto a riscoprire le sue radici, adattandole alle sfide della contemporaneità, per aprire orizzonti multi/transdisciplinari capaci di affrontare le complesse problematiche attuali, che non possono essere risolte nei confini angusti della – per tanti versi irriducibile – iper-specializzazione disciplinare. Si tratta quindi, per l’università, di riappropriarsi di quel peculiare assetto istituzionale che, generatosi nel medioevo all’insegna della celebre espressione universitas magistrorum et scholarium, non può essere forzatamente costretto nel quadro dei parametri aziendalistici imposti dai dogmi, per altro sempre più inaffidabili, dell’epoca neoliberista. A meno che non si voglia consapevolmente sottomettere la trasmissione e l’ampliamento del sapere, per non dire della stessa ricerca del vero, ai criteri imposti dai “mercati” che tendono a orientare tanto le proposte dell’accademia aziendalizzata, quanto le aspirazioni degli studenti sempre più considerati e spinti a considerarsi come clienti. Per incamminarsi, da un lato, verso una sempre più necessaria visione d’insieme che tenda all’unità dei saperi, senza anestetizzarne le differenze costitutive e per resistere, dall’altro lato, al riduzionismo istituzionale imposto dalle logiche neoliberiste complici dell’impianto tecnocratico, occorre a mio avviso ritrovare la fiducia nella capacità di conoscere il vero che ha permesso a studenti e a maestri di accorparsi per dar vita alla prima comunità universitaria. Solo l’amore per la verità, e non la ricerca dell’utile che deriva dalle ricerche più disparate, può animare quell’avvincente avventura del pensiero orientata all’universitas studiorum, ossia alla costituzione di quel singolare “volgersi verso l’unitotalità degli studi” che diviene istituzione per continuare nel trapassare delle generazioni. Sepolcro_di_matteo_gandoniAll’interno dell’auspicata ripresa delle radici e nel contesto dell’irrinunciabile tensione verso l’unità dei saperi, se consideriamo in particolare le università italiane – mettendo tra parentesi qualche rara eccezione – non può non attrarre l’attenzione la traccia eloquente di un’assenza. Mi riferisco evidentemente alla facoltà di teologia, esclusa dall’ordinamento universitario italiano con legge del 26 gennaio 1873. Sono quindi quasi centocinquant’anni che la teologia in Italia vive in una condizione di pressoché totale isolamento rispetto agli altri saperi, facendo il paio – per altri versi – col sempre più evidente analfabetismo religioso che, anche in ambito accademico, impedisce di pensare adeguatamente il cristianesimo in quanto aspetto determinante del pensiero occidentale. Se per ragioni dettate tanto dalla laicità dello stato, quanto dallo statuto ecclesiale della scienza teologica, la relazione tra università e teologia in Italia non può essere istituzionalmente spinta oltre il limite di un rispettoso “vicinato”, non si è per questo costretti a dimenticare le opportunità di un dialogo tra la riflessione scientifica sulla Rivelazione e i saperi acquisiti dalle sole forze della ragione. Diversi sono i vantaggi che ne derivano. Faculty_of_Theology_(personification)-1La teologia, infatti, studiando Dio in Cristo come origine e fine di tutte le cose, sostiene la ragionevolezza di una ricerca delle relazioni tra i saperi in vista di un’unità sottesa, ma non ancora manifesta; richiede alla ragione di confrontarsi con il sapere dell’Altro che l’aiuta ad ampliare i propri confini e ad occuparsi delle domande, ad un tempo, più alte e radicali ; custodisce infine, con fondato realismo, l’esigenza di onorare la dignità della persona umana e di perseguire il bene comune. Per converso la teologia, ossia – com’ebbe a dire Gilbert K. Chesterton – quell’aspetto della religione che fa uso del cervello, non può che trovare nel dialogo con i saperi coltivati nelle università stimoli indispensabili per il suo aggiornamento e per il perfezionamento delle sue stesse conoscenze. Senza la teologia, infine, ogni singola disciplina rischia di “divinizzare” il proprio oggetto di studio e i propri metodi; senza gli apporti – anche e soprattutto critici – dei saperi, la teologia rischia di isolarsi riducendosi ad animare “scuole professionali per preti”. Rispetto ai grandi interrogativi suscitati dalle recenti scoperte tecno-scientifiche, dall’incontro tra le culture favorito dalla globalizzazione o dalle crisi economiche ed ecologiche, che riaprono la questione de homine in termini inediti, privarsi del confronto con la teologia costituirebbe una scelta quantomeno irragionevole. È per questo che, con sensibilità post-moderna, non posso che riproporre agli universitari la sfida lanciata all’occidente secolarizzato dall’allora cardinal Joseph Ratzinger nel discorso di Subiaco L’Europa nella crisi delle culture (2005), ripresa poi col nome di Benedetto XVI nella forma di un singolare appello rivolto ai “non credenti” (2012). E non certo perché l’odierna universitas magistrorum et scholarium sia costituita solo da costoro, ma perché – come ha ben mostrato Brad S. Gregory ne Gli imprevisti della Riforma (2014) – la grande maggioranza delle università occidentali sono ormai giunte, pur attraverso un travagliato percorso storico, ad escludere in radice il sapere rivelato ut sic dal proprio orizzonte. studenti uniboAffinché l’università continui tuttavia ad essere una comunità orientata dalla ricerca del vero, capace di trasmettere ed ampliare i confini del sapere in modo tendenzialmente unitario, occorre avere il coraggio di invitare docenti e studenti a “pensare” «veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». È questo il compito che, nel tempo della secolarizzazione della conoscenza, le facoltà di teologia italiane – pur attestandosi accademicamente all’esterno del perimetro universitario – possono e, nei limiti del possibile, devono portare avanti in dialogo con i docenti e gli studenti delle università degli studi.

[Pubblicato parzialmente col titolo Teologia, in Italia Facoltà «isolata» ne La pagina dei saperi. Atenei territorio comunità del settimanale diocesano torinese La voce e il Tempo, 26 gennaio 2019].