Una sfida pastorale per la Chiesa in uscita (“Nostro Tempo” 13 ottobre 2019)

Ideare il piano pastorale di una diocesi o di una parrocchia richiede attualmente un dispendio di creatività non indifferente. Si tratta, infatti, di rispondere – in modo possibilmente non scontato – alle molteplici esigenze di una comunità molto più differenziata e composita di quanto non sia estesa dal punto di vista numerico. Se a questo si aggiungono le urgenze dettate dal doveroso impegno della “Chiesa in uscita” (tanto per l’annuncio, quanto per il servizio), risulta piuttosto chiaro che il compito di architettare una proposta pastorale coinvolgente e il più possibile completa risulti quantomeno complesso. In ogni modo, poiché lo Spirito Santo anima il corpo della comunità cristiana, ognuna delle sue membra è chiamata a corrispondere a quel dono di vita testimoniando la propria appartenenza a Cristo. IX modoSi tratta, in altri termini, di intraprendere quel peculiare “cammino insieme” (syn-odos) che richiede di pensare – ad ogni tappa significativa del percorso comune – come armonizzare le idee, le parole e le azioni per testimoniare il Vangelo, sperando di esperire nuovamente quell’unanimità e quella concordia di cui parlano gli Atti degli Apostoli (4,23). È così un realistico senso dello scorrere del tempo, a far sì che ogni anno si inviti la comunità a concentrare la propria attenzione su uno dei molteplici aspetti dell’esistenza cristiana, secondo formule più o meno adeguate ai soggetti e alle circostanze. Se però si vuole che questa situazione risulti effettivamente feconda, ritengo che sia quantomeno auspicabile cercar d’individuare una sorta d’infrastruttura teologica che consenta di articolare dinamicamente il cammino della comunità, scongiurando l’ostacolo della frammentazione dei percorsi e delle iniziative. Nella Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, papa Francesco si è espresso con parole che non possono certo essere confinate nei fugaci limiti di un evento: «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia» (MV,10). Sulla base poi del testo fondamentale di Mt 25,31-46, il successore di Pietro ha invitato a riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale per «aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali» (MV,15). Se le opere trinitarie della creazione, della redenzione e della santificazione – come si può documentare attraverso la teologia di san Tommaso d’Aquino – sono espressioni della divina misericordia e se siamo chiamati da Gesù stesso ad essere misericordiosi come il Padre (cfr. Lc 6,36), allora si può ben dire che l’esercizio delle opere di misericordia costituisce non una devozione tra le altre, ma la via fondamentale per articolare la sequela Christi sul piano personale e comunitario. Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_(1607,_Naples)Se si accettano queste premesse, è possibile ripensare le dodici opere di misericordia – tutte capaci di rigenerare legami interpersonali secondo la logica del dono – come elementi del basso continuo che accompagna il succedersi dei piani pastorali. «Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti», così come «consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti» costituiscono allora, ad un tempo, una mappa e un programma. Considerando le persone dal punto di vista del corpo, così come da quello dello spirito, la tradizione delle opere di misericordia ci offre una mappa per orientare l’intelligenza verso il riconoscimento delle necessità di coloro che incontriamo e per comprendere come rispondervi. Quello che sembra un mero elenco, emerge invece dalla sacra Scrittura – letta nella tradizione della Chiesa – per offrirci un programma che risuoni, nelle fratture dell’attuale passaggio d’epoca, come un appello capace di persuadere all’azione sia le singole membra, sia l’intero corpo ecclesiale. Per quanto non siano mai sufficientemente realizzate, le opere che risultano più comprensibili e quindi più raccomandate sono probabilmente quelle di misericordia corporale, non da ultimo per l’urgenza che caratterizza i bisogni ai quali invitano a rispondere. La comunità cristiana, attraverso la dedizione delle persone e l’impegno delle associazioni, opera da secoli sui fronti menzionati da quelle sette opere (e non solo), coinvolgendo nel servizio anche coloro che non professano la fede cattolica. Ma perché l’esercizio della misericordia si rivolga effettivamente alle donne e agli uomini che incontriamo, non basta – per quanto sia improrogabile – occuparci delle necessità che attengono al corpo, ma occorre prendersi cura delle ferite dello spirito. chagall-filsprodigue-grande-largeIn tempi di analfabetismo religioso e funzionale, di lacerante solitudine, di sgretolamento delle certezze condivise, di competizione e di diffusa autoreferenzialità narcisistica è necessario riportare l’attenzione sulle opere di misericordia spirituale. Non solo perché appartengo all’Ordine dei Predicatori, che esiste per esercitare la misericordia veritatis, ma perché appartengo all’umanità e a Cristo non posso non invitare ogni battezzato – e in via di principio ogni essere umano – alla pratica delle opere di misericordia spirituale, superando l’antico pregiudizio che tende a riservarle al clero, lasciando ai laici le più immediate cure del corpo. Come ha scritto Luciano Manicardi, Priore del Monastero di Bose, «in questi tempi difficili, richiamare la tradizione delle opere di misericordia significa cogliere la carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio» (La fatica della carità, p. 198).

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VELUTI SI DEUS DARETUR. Su teologia e università in Italia oggi

 

Un rifugio di verità. Hannah ArendtÈ in questi termini che, all’interno di una celebre riflessione sul rapporto tra verità e potere politico, Hannah Arendt pensa l’università. Prendendo spunto da questa intuizione, Juan Carlos De Martin – professore al Politecnico di Torino e autore del bel libro Università futura (2017) – aggiunge che in un contesto democratico il senso dell’università consiste nel “dire verità”. Un compito al quale la comunità accademica sarebbe obbligata proprio in forza di quelle garanzie di autonomia e di libertà che le sono dovute in quanto istituzione finalizzata al servizio della preservazione, della trasmissione e dell’incremento del sapere. Per realizzare questa triplice finalità, secondo De Martin, l’università è chiamata innanzitutto a riscoprire le sue radici, adattandole alle sfide della contemporaneità, per aprire orizzonti multi/transdisciplinari capaci di affrontare le complesse problematiche attuali, che non possono essere risolte nei confini angusti della – per tanti versi irriducibile – iper-specializzazione disciplinare. Si tratta quindi, per l’università, di riappropriarsi di quel peculiare assetto istituzionale che, generatosi nel medioevo all’insegna della celebre espressione universitas magistrorum et scholarium, non può essere forzatamente costretto nel quadro dei parametri aziendalistici imposti dai dogmi, per altro sempre più inaffidabili, dell’epoca neoliberista. A meno che non si voglia consapevolmente sottomettere la trasmissione e l’ampliamento del sapere, per non dire della stessa ricerca del vero, ai criteri imposti dai “mercati” che tendono a orientare tanto le proposte dell’accademia aziendalizzata, quanto le aspirazioni degli studenti sempre più considerati e spinti a considerarsi come clienti. Per incamminarsi, da un lato, verso una sempre più necessaria visione d’insieme che tenda all’unità dei saperi, senza anestetizzarne le differenze costitutive e per resistere, dall’altro lato, al riduzionismo istituzionale imposto dalle logiche neoliberiste complici dell’impianto tecnocratico, occorre a mio avviso ritrovare la fiducia nella capacità di conoscere il vero che ha permesso a studenti e a maestri di accorparsi per dar vita alla prima comunità universitaria. Solo l’amore per la verità, e non la ricerca dell’utile che deriva dalle ricerche più disparate, può animare quell’avvincente avventura del pensiero orientata all’universitas studiorum, ossia alla costituzione di quel singolare “volgersi verso l’unitotalità degli studi” che diviene istituzione per continuare nel trapassare delle generazioni. Sepolcro_di_matteo_gandoniAll’interno dell’auspicata ripresa delle radici e nel contesto dell’irrinunciabile tensione verso l’unità dei saperi, se consideriamo in particolare le università italiane – mettendo tra parentesi qualche rara eccezione – non può non attrarre l’attenzione la traccia eloquente di un’assenza. Mi riferisco evidentemente alla facoltà di teologia, esclusa dall’ordinamento universitario italiano con legge del 26 gennaio 1873. Sono quindi quasi centocinquant’anni che la teologia in Italia vive in una condizione di pressoché totale isolamento rispetto agli altri saperi, facendo il paio – per altri versi – col sempre più evidente analfabetismo religioso che, anche in ambito accademico, impedisce di pensare adeguatamente il cristianesimo in quanto aspetto determinante del pensiero occidentale. Se per ragioni dettate tanto dalla laicità dello stato, quanto dallo statuto ecclesiale della scienza teologica, la relazione tra università e teologia in Italia non può essere istituzionalmente spinta oltre il limite di un rispettoso “vicinato”, non si è per questo costretti a dimenticare le opportunità di un dialogo tra la riflessione scientifica sulla Rivelazione e i saperi acquisiti dalle sole forze della ragione. Diversi sono i vantaggi che ne derivano. Faculty_of_Theology_(personification)-1La teologia, infatti, studiando Dio in Cristo come origine e fine di tutte le cose, sostiene la ragionevolezza di una ricerca delle relazioni tra i saperi in vista di un’unità sottesa, ma non ancora manifesta; richiede alla ragione di confrontarsi con il sapere dell’Altro che l’aiuta ad ampliare i propri confini e ad occuparsi delle domande, ad un tempo, più alte e radicali ; custodisce infine, con fondato realismo, l’esigenza di onorare la dignità della persona umana e di perseguire il bene comune. Per converso la teologia, ossia – com’ebbe a dire Gilbert K. Chesterton – quell’aspetto della religione che fa uso del cervello, non può che trovare nel dialogo con i saperi coltivati nelle università stimoli indispensabili per il suo aggiornamento e per il perfezionamento delle sue stesse conoscenze. Senza la teologia, infine, ogni singola disciplina rischia di “divinizzare” il proprio oggetto di studio e i propri metodi; senza gli apporti – anche e soprattutto critici – dei saperi, la teologia rischia di isolarsi riducendosi ad animare “scuole professionali per preti”. Rispetto ai grandi interrogativi suscitati dalle recenti scoperte tecno-scientifiche, dall’incontro tra le culture favorito dalla globalizzazione o dalle crisi economiche ed ecologiche, che riaprono la questione de homine in termini inediti, privarsi del confronto con la teologia costituirebbe una scelta quantomeno irragionevole. È per questo che, con sensibilità post-moderna, non posso che riproporre agli universitari la sfida lanciata all’occidente secolarizzato dall’allora cardinal Joseph Ratzinger nel discorso di Subiaco L’Europa nella crisi delle culture (2005), ripresa poi col nome di Benedetto XVI nella forma di un singolare appello rivolto ai “non credenti” (2012). E non certo perché l’odierna universitas magistrorum et scholarium sia costituita solo da costoro, ma perché – come ha ben mostrato Brad S. Gregory ne Gli imprevisti della Riforma (2014) – la grande maggioranza delle università occidentali sono ormai giunte, pur attraverso un travagliato percorso storico, ad escludere in radice il sapere rivelato ut sic dal proprio orizzonte. studenti uniboAffinché l’università continui tuttavia ad essere una comunità orientata dalla ricerca del vero, capace di trasmettere ed ampliare i confini del sapere in modo tendenzialmente unitario, occorre avere il coraggio di invitare docenti e studenti a “pensare” «veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». È questo il compito che, nel tempo della secolarizzazione della conoscenza, le facoltà di teologia italiane – pur attestandosi accademicamente all’esterno del perimetro universitario – possono e, nei limiti del possibile, devono portare avanti in dialogo con i docenti e gli studenti delle università degli studi.

Osservazioni inattuali sui provvidenziali paradossi della “carità illegale”

All’epoca delle polemiche suscitate dal gesto dell’elemosiniere apostolico, cardinale Konrad Krajewski, responsabile di aver riallacciato la corrente elettrica di un edificio romano occupato abusivamente, non mi soffermai più di tanto sulla teoria dei commenti. Lo considerai un gesto certo eclatante, compiuto da una persona capace di sorvolare sui dettami dell’etichetta e del protocollo ecclesiastico per intervenire a favore di persone in situazione di grave necessità, attraverso un gesto di sorprendente umanità. Un’azione concreta, certo, ma connotata da un innegabile valore simbolico. Si è trattato infatti di un estremo appello a favore dei molti ultimi della Città eterna, reso ancor più efficace da quell’illecita effrazione dei sigilli di un contatore dell’energia elettrica. Dagli inviti a pagare personalmente le bollette alle accuse di favoreggiamento dell’occupazione abusiva, dalle proteste per l’ingerenza di un ministro di uno stato estero agli esposti in procura, le scandalizzate reazioni critiche si sono moltiplicate soprattutto – e non poteva essere altrimenti – negli ambienti e sui media che gravitano attorno all’attuale destra di governo. Nihil sub sole novum… direbbe Qoelet! Non vi prestai più attenzione, consolandomi forse con la rapida, ma gustosa, lettura delle dichiarazioni fatte a favore dell’umile porporato che non era rimasto indifferente all’appello di chi – stando alle sue parole – aveva saputo essere in condizione disperata. Non avrei quindi deciso di mettere per iscritto queste riflessioni, se non fossi incappato in un “pezzo” de Il Giornale dal titolo doppiamente fuorviante: “La carità illegale divide la Chiesa“. Sulla divisione ecclesiale… che dire? Si tratta del solito attacco a papa Francesco, il cui modo di interpretare il ruolo di successore di san Pietro minerebbe la coesione della Chiesa, quando – a mio modesto parere – sono piuttosto coloro che lo accusano in questo modo ad operare contro l’unità del Corpus Christi quod est Ecclesia. Col pretesto di “richiamare” il Pontefice (Prima Sedes a nemine iudicatur!), si cerca infatti di esasperare le inevitabili tensioni intrinseche ad ogni serio tentativo di maturare risposte pastorali all’altezza del Vangelo. papa-francesco-pastorale.jpgCol fine, più o meno esplicito, di trasformare le diffuse fatiche a vivere cattolicamente nell’attuale contesto socio-culturale fortemente secolarizzato in un confuso disorientamento che – così sembrano desiderare i critici del Papa – costituisca l’utile preludio ad un ripiegamento anacronistico ed autoreferenziale, orientato a separare la Chiesa dalla più ampia umanità. Che partiti e sodali mediatici tentino poi di inserirsi in queste dinamiche intra-ecclesiali per il proprio interesse elettorale, non è che un’ennesima replica di un deprimente spettacolo già visto troppe volte nella storia. Ma ciò che mi ha più dato a pensare riguarda la prima parte del titolo, l’ammiccante ossimoro teologico della carità illegale”, seguito dalla presunta ortodossia dottrinale e filosofica con cui un osservatore citato nel corpo del “pezzo” definisce il gesto dell’elemosiniere pontificio come espressione di una “carità irragionevole e qualunquista [che] non è carità”. Mettendo tra parentesi la valutazione dell’operato del cardinal Krajewski e le opinioni di sedicenti bussole “fatte per la verità” (quale non è chiaro… e, se ciò non bastasse, pure “quotidiane”!), non ho potuto non chiedermi: vi può essere un atto di carità illegale o irragionevole? E’ poi vero che se fosse tale, rispetto alle leggi statale e alla ragionevolezza del cosiddetto comune buon senso, non sarebbe carità? Quid est caritas? Si tratta innanzitutto dell’amore con cui Dio ama e con il quale l’uomo in grazia ama Dio, se stesso e il prossimo a motivo di Dio. Come osserva san Tommaso d’Aquino: “l’essenza divina è per sè stessa carità, come è anche sapienza e bontà. […] la carità con cui amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina” (ST II-II, q. 23, a. 2, ad 1m). san-tommaso-daquinoSe parliamo di carità, quindi, essa non può che trovarsi in armonia con la ragione, pur oltrepassandola in se stessa a motivo del fatto che la ratio è anch’essa una partecipazione creata dell’intelletto divino, così come la legge naturale è una partecipazione della Legge eterna. Ciò che è “naturale” è infatti ordinato al “soprannaturale” e non è chiamato in nessun modo a costringerlo nei suoi limiti, ma piuttosto s’invera nel lasciarsi docilmente orientare dal Fine ultimo che – lungi dal distruggerlo – lo porta a pienezza. Ascoltiamo ancora l’Aquinate: “Siccome la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona, la ragione deve servire alla fede, come anche l’inclinazione naturale della volontà asseconda la carità” (ST I, q. 1, a. 8, ad 2m).

La storia dell’umanità è tuttavia ferita dagli effetti del peccato originale, nonché oppressa dal peccato dei singoli e dalle strutture di peccato a livello sociale. Si dà quindi frequentemente il caso che i legislatori promulghino leggi positive, forse corrispondenti all’opinione di molti, ma non per questo meno lontane dalla legge naturale e dalla “norma di tutti gli atti umani” che è la carità. Si pensi alle molteplici e delicate questioni bioetiche o all’attuale recrudescenza nei confronti dei migranti, un vero e proprio core business elettorale delle riemerse compagini politiche xenofobe e nazionalistiche,. Ricorsi storici, quest’ultimi, prodotti – per i processi di una più che puntuale eterogenesi dei fini – dalla disumanità della globalizzazione neoliberale che, con l’appoggio di tante blasonate “sinistre”, ha aggravato il tasso mondiale di diseguaglianza, annichilito la classe media e reso quasi insostenibile il welfare. Il problema della disoccupazione o di un’occupazione che lascia in condizioni di povertà, l’incapacità di gestire l’integrazione culturale ed un certo relativismo etico accompagnato da un sempre più sostenuto individualismo proprio delle società consumiste occidentali hanno permesso che si individuasse nel migrante irregolare, soprattutto se musulmano, il capro espiatorio ideale per raccogliere il consenso di molti, forse tanto estenuati dall’attuale passaggio d’epoca da non pensare ai reali responsabili della propria condizione di fatica. Da America first!Prima gli italiani, si è così creato il fronte ideologico dell’ipseità nazionalistica e – nel desiderio di alcuni – religiosa, a scapito di altri… Così Trump allestisce una sorta di “caccia ai migranti clandestini” condannata dal presidente dei vescovi USA cardinal Daniel DiNardo, mentre alle uscite spesso retoriche – ma non per questo meno nocive TSper la qualità relazionale della società – del ministro Salvini  reagiscono perfino le monache di clausura con un fermo appello ai presidenti Mattarella e Conte. Sono illegali e irragionevoli quei cattolici che, in nome della carità, proteggono i migranti dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement al servizio del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti? E lo sono quei sacerdoti torinesi che accolgono i migranti intenti ad attraversare il confine con la Francia, attraverso le Alpi? E quelle suore e quei preti che a Washington sono stati arrestati per aver manifestato contro il trattamento riservato dal governo Trump ai migranti, in quanto giudicato contrario agli insegnamenti della Chiesa Cattolica? Non sono un magistrato per cui non esprimo pareri in termini giuridici, ma da teologo sono evidentemente interessato a capire se la circostanza dell’illegalità a fronte delle leggi statali impedisca ad un atto di carità di essere tale. Avendo già posto le premesse perché il lettore tragga da sé la conclusione, non procederò oltre… preferendo piuttosto lasciarmi istruire dalla strategia adottata da GGIUSEPPE_GIROTTI_O.Pesù nei confronti della domanda del Dottore della legge che lo aveva incalzato con la domanda: “E chi è mio prossimo?” (Lc 10,29), vorrei rispondere con un racconto. O meglio, con un accenno alla biografia del beato Giuseppe Girotti O.P., morto martire a Dachau il 1 aprile 1945, dove era stato rinchiuso “per aver aiutato gli ebrei” (cfr. contributo video). Presbitero domenicano, specializzatosi in Sacra Scrittura all’École Biblique fondata da p. J.-M. Lagrange O.P. a Gerusalemme, padre Girotti ha vissuto la propria vita religiosa insegnando ai giovani confratelli e cercando di aiutare personalmente e discretamente gli ultimi che incontrava. Dopo l’armistizio con le forze alleate e la costituzione della Repubblica sociale italiana, la discriminazione razziale nei confronti degli ebrei inaugurata con le leggi del 1938 divenne persecuzione. Il 7° punto del Manifesto di Verona (14 novembre 1943) redatto dagli esponenti del nuovo Partito fascista repubblicano dichiarava i membri della razza ebraica come stranieri e, in condizione di guerra, come nemici. Mentre le truppe nazifasciste imperversavano nel centro e nord della penisola, il 30 novembre dello stesso anno il ministero dell’Interno ordinò alla polizia di arrestare ed internare nei campi di concentramento gli ebrei di qualsiasi nazionalità. Padre Girotti, in queste condizioni, si dedicò segretamente al soccorso degli ebrei, facendone ospitare qualcuno nei locali ad uso dei frati o favorendone l’espatrio pur a costo di grandi rischi. Ricordiamo qui solo una delle azioni evidentemente illegali compiute dal domenicano. Pienamente consapevole del significato del proprio operato, padre Girotti – intorno al 15 settembre 1943 – accompagnò fino ad Arona, sul Lago Maggiore, la nipote del rabbino Deangeli di Roma, allora residente ad Alba, paese natale del frate predicatore. GirottiA motivo di questo ed altri gesti di concreto aiuto nei confronti di coloro che erano stati dichiarati “nemici”, padre Girotti venne arrestato il 29 agosto 1944, a Torino, dalla polizia fascista che gli tese una trappola escogitata propria sulla base della generosità dimentica di sé del religioso domenicano. Seguì il carcere alle “Nuove”, il trasferimento a S. Vittore (Milano), quello al campo di concentramento di Bolzano per poi venire rinchiuso definitivamente nel lager di Dachau – blocco 26 (la baracca destinata agli ecclesiastici). La Chiesa lo ha beneficato il 26 aprile 2014, nella sua Alba, dopo averne riconosciuto il martirio della fede e della carità. La motivazione? Fu paradossalmente scritta nella scheda personale del detenuto, contenuta nel registro del campo tedesco: “Verhaftungsgrund: Unterstützung am Juden” (Ragione dell’arresto: aiuto agli ebrei). Un dato di fatto motivato ancora più a fondo da ciò che dichiarò – lasciando, per una volta, intravvedere il segreto della sua vita interiore – al suo priore, che gli chiedeva ragione dei suoi frequenti ritardi: “Tutto quello che faccio è solo per carità”.

Dovrebbe essere chiaro che il beato Giuseppe Girotti visse “illegalmente” la sua intensa carità, almeno per quelle che erano le pur discutibilissime leggi dell’epoca. Non si tratta certo di paragonare il sovranismo populista contemporaneo al regime nazifascista o di istituire inaccettabili paralleli tra la Shoah e il “primatismo” nostrano, ma è vitale comprendere che in nessun senso si può denigrare gli atti di carità, quand’anche violassero le leggi dello stato od oltrepassassero i limiti di una ragione, di fatto, “separata”, anche quando discetta di un sapere dichiaratamente teologico come la Dottrina sociale della Chiesa. Il cui Compendio afferma chiaramente che “Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità” (n. 207). 07-Buon-Samaritano-Van-Gogh1Un fermo invito dunque che risuona con i tratti delineati da san Giovanni Paolo II, il quale tra l’altro sosteneva con forza: “La carità accesa da Cristo nel mondo è amore senza limiti, universale. La Chiesa testimonia questo amore che supera ogni divisione fra individui, categorie sociali, popoli e nazioni. Reagisce contro i particolarismi nazionali che vorrebbero limitare la carità nelle frontiere di un popolo. Con il suo amore aperto a tutti, la Chiesa mostra che l’uomo è chiamato da Cristo non solo ad evitare ogni ostilità all’interno del proprio popolo, ma a stimare e amare i membri delle altre nazioni e gli stessi popoli come tali” (Udienza generale, 3 giugno 1992). Solo una condotta animata dalla carità nella verità, in definitiva, può prendersi cura di “altri”, continuando a custodire il “proprio”, evitando così di alimentare l’anarchia intrinseca al conflitto sociale e favorendo una rinnovata fraternità. Anche al prezzo di “disobbedire” – responsabilmente ed in modo circostanziato – a qualche legge… un atteggiamento che non dovrebbe certo “dividere la Chiesa”!

NON “BACI”, MA OPERE DI BENE!

Prima l’Italia! Il buon senso in Europa. Questo il titolo della manifestazione leghista di sabato 18 maggio in piazza Duomo a Milano, che ha avuto come protagonista il ministro dell’interno Matteo Salvini. Dopo gli interventi di gran parte dei sovranisti europei, il “capitano” della Lega ha concluso il proprio discorso richiamandosi al magistero di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ricordando a papa Francesco di aver ridotto le morti nel Mediterraneo, raccomandandosi ai sei patroni d’Europa e affidando la propria impresa politica al Cuore Immacolato di Maria. Non contento di questa coda omiletica, il Salvini_Bacioleader leghista ha brandito il rosario e lo ha innalzato al cielo per poi baciarlo platealmente, a favore di fotocamera. Dove starebbe il sedicente “buon senso” in questa inaudita conclusione di una manifestazione preelettorale? Molti si sono scandalizzati per l’evidente strumentalizzazione politica dell’ampio riferimento religioso, altri si sono schierati per la legittima difesa delle (misconosciute) radici cristiane dell’Europa. Se la strumentalizzazione è evidente per le circostanze dell’invocazione e se il radicamento europeo nella tradizione cristiana non può essere negata, la retorica religiosa salviniana ha piuttosto mirato a collocarsi nella faglia che si è aperta in una certa parte del cattolicesimo italiano (più “anagrafico” che “confessante”) a fronte dell’insegnamento e ai gesti di papa Francesco. Da sempre prossima per alcuni aspetti al cattolicesimo intransigente, se non lefebvriano, la Lega si propone oggi come la sola realtà politica – al di là del contiguo neofascismo di CasaPound – che difende la Weltanschauung tradizionalista nel nome del nazionalismo italico. Per chi identifica senza sfumature i processi di migrazione con l’islamizzazione e l’attuale politica europea sui diritti civili con la decostruzione della famiglia tradizionale, per chi sostiene che il vero papa sia ancora e sempre il Benedetto XVI dei media (ben lontano da quello reale) e non comprende il senso del magistero di papa Francesco (forse sempre a motivo dei media), le parole di Salvini possono essere scambiate per quell’attesa apologetica cultural-religiosa che non è più praticata diffusamente dalla celebrazione del Concilio Vaticano II e che probabilmente – almeno così come l’immaginano certi catto-leghisti – non è mai esistita. Nell’attuale congiuntura, quest’urgenza di difendere i bastioni – sopravvissuta forse ai margini della vita della vita ecclesiale – sarebbe tuttavia considerata dall’episcopato italiano come un ostacolo al Vangelo, annunciato in modo molto più efficace dall’impegno concreto sul molteplice fronte della misericordia interpretato nella luce della verità che è Cristo. È questa la linea che papa Francesco ha indicato nel discorso per il Conferimento del Premio Carlo Magno, a motivo dei Rosarioparticolari meriti in favore dell’integrazione e unione in Europa, riguardo all’impegno per aggiornare l’umanesimo nella capacità d’integrare. Un’indicazione che traspare dal riferimento a L’Idea d’Europa (1955) di Erich Przywara SJ, dove leggiamo quanto segue: «Il “servizio di un’Europa cristiana” intesa come “occidente cristiano” consiste quindi nel compiere, con Cristo e in Cristo, l’unica “diaconia dello scambio che salva”. Cioè, secondo il senso letterale della parola diaconia, essere l’unico “messaggero e servitore di tavola”, per “invitare” e “servire” un mondo “senza Cristo e senza Dio” al “banchetto di nozze del figlio del Re” (Mt 22,1-2). […] una vera e nuova “Europa cristiana”, intesa come “occidente cristiano”, può consistere unicamente nel fatto che noi cristiani, con il “Cristo amico e commensale dei peccatori” (Mt 11,19), diventiamo sinceramente “amici dei peccatori” e concretamente “ci sediamo a mensa con loro” per essere così solo cristiani “come Cristo” che “non distrugge i propri nemici” (Cfr. Is 42,3 e Mt 12,20), ma che invece “assume su di sé, porta e toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29)»[1]. Rispetto alla diakonia come modo di abitare cristianamente l’Europa, Salvini mira invece a conquistare il voto di chi, non comprendendo la cattolicità del pontificato di Francesco, lo critica o addirittura lo rifiuta preferendo chiudersi nei confini angusti e autoreferenziali dell’egoismo nazional-populistico. Anche in campo religioso la politica del “capitano” della Lega guarda così ai voti degli scontenti, offrendosi come occasione di rivalsa di questi ultimi rispetto a quella gerarchia che essi considerano latitante sul fronte della difesa delle radici cristiane proprio nel bel mezzo di quello ch’essi considerano un vero e proprio assedio all’identità.

L’arcivescovo di Bordeaux cardinal Paulin Andrieu – il 25 agosto 1926, nel difficile passaggio d’epoca rappresentato dal primo dopoguerra – scriveva una lunga lettera nella quale denunciava i tanti errori che riconosceva nella visione del movimento nazionalista e tradizionalista (nonché antisemita) dell’Action française. Tra questi ne ricordo solo due: «cattolici per calcolo e non per convinzione, i dirigenti dell’Action française si servono della Chiesa, o almeno sperano di servirsene, ma non la servono, poiché essi ripudiano l’insegnamento divino, ch’Ella ha la missione di propagare»; «la ragione di CondamnationStato sarà superiore ad ogni considerazione di giustizia e di moralità; poiché, dice il capo dell’Action française, la “morale naturale predica la sola virtù che è la forza”»[2]. Il 29 dicembre 1926 il movimento nazionalista e tradizionalista venne condannato da papa Pio XI. Per quanto le basi teoriche e culturali dell’Action française fossero imparagonabilmente più raffinate di quelle della Lega, al di là delle inevitabili differenze tra il 1926 e il 2019, mi sembra di ravvisare più di un’analogia tra i due movimenti politici tanto desiderosi di mostrarsi “cattolici”, quanto fattualmente antievangelici. Concludo quindi riprendendo semplicemente due autorevoli auspici: Ratzi«Cari fratelli e sorelle, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio 2009, sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo (cfr. Deus caritas est, n. 15). L’insegnamento e l’esempio di san Paolo, umile-grande Apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana» (Benedetto XVI) e «Dio porta sempre novità. Quante volte l’avete già sperimentato nella vostra vita! Siamo aperti anche oggi alle sue sorprese? Voi, che avete risposto con coraggio alla chiamata del Signore, siete chiampapa-francesco-aboubakar-soumahoro_1-maggio-2019.jpgati a mostrare la sua novità nella vita e a far così fiorire i frutti del Vangelo, frutti germogliati dalle radici cristiane, che da 2000 anni nutrono l’Europa. E porterete frutti ancora più grandi!» (Francesco). Post-scriptum: assicuro eventuali critici frettolosi che non ho sbagliato ad attribuire le citazioni; si tratta solo di imparare a cogliere la ricchezza delle posizioni dei papi, uniti nella differenza – anche nell’opposizione polari degli accenti – dall’ampiezza e dalla profondità dello sguardo sulla realtà reso possibile dalla fede. Prima la carità, prima le persone!

[1] E. Przywara, L’Idea d’Europa. La “crisi” di ogni politica “cristiana”, Il pozzo di Giacobbe, 2013, 118-119 e 124-125.

[2] L. Thomas, L’Action Française devant l’Église (de Pie X à Pie XII), Nouvelles Éditions Latines, Paris 1965, 111 e 112.

La felicità cristiana è “già e non ancora” (“Nostro Tempo” 17 giugno 2018)

Tra i compiti affidati ai cristiani dei nostri giorni così incerti c’è quello, a nostro parere, di andare alla ricerca del senso di una precisa convinzione. La sequela va vissuta ancora come la via, aperta all’uomo da Dio stesso, per fruire della piena felicità secondo la dinamica del già e non ancora. “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. […] Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,9.11). La beatitudine è infatti il fine ultimo, il senso, della vita cristiana stessa. Il Signore Gesù è venuto perché in Lui possiamo avere la vita e la vita in abbondanza, nella forma del dono che risponde – “tracimandone” la finitezza in cui è concepita – all’attesa fondamentale dell’uomo: “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (Gv 3,2). Dimenticare questa dimensione decisiva significa perdere di vista la destinazione stessa alla quale ci chiama il Signore, col rischio di smarrire la giusta relazione con Colui che è via, verità e vita. Quest’oblio non lascia spazio semplicemente alle forme dell’umana desolazione, che costituirebbero comunque una forma di deserto nel quale la voce di Dio risuonerebbe ancora più impetuosa o, come per Elia sul Tabor, delicata e discreta, ma comunque udibile. L’oblio di cui oggi soffriamo è dovuto piuttosto alla bulimia informativa, all’eccesso di voci che si affastellano nella nostra mente, promettendoci facili forme di felicità, indipendentemente dal dover rispondere della loro affidabilità. Tali illusioni sono così una patologia endemica della nostra società consumista, in cui – all’interno di una solitudine anch’essa sempre più endemica – ognuno ricerca la felicità laddove gli viene venduta ad un prezzo più conveniente. Immagine“Il valore più caratteristico della società dei consumi” – ha scritto Zygmunt Bauman in Homo consumens – “è una vita felice; anzi, la società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità è qui e ora e in ogni successivo ‘ora’: felicità istantanea e perpetua”. Questa promessa rivela però il suo carattere illusorio nel momento in cui si approfondisce il funzionamento stesso della macchina sociale consumista della quale facciamo, più o meno consapevolmente, parte: “Il vero ‘volano’ dell’economia orientata ai consumatori è costituito proprio dalla mancata soddisfazione dei desideri e dal costante rinnovarsi e rafforzarsi della convinzione incrollabile secondo cui il tentativo di soddisfare quei desideri è almeno in parte fallito, lascia molto a desiderare e potrebbe dare risultati migliori. La società dei consumatori cresce rigogliosa finché riesce a rendere perpetua la non-soddisfazione dei suoi membri, e dunque la loro infelicità”. A fronte dello statuto illusorio dell’offerta contemporanea di felicità, che intende piuttosto renderci intenzionalmente insoddisfatti per farci continuare ad alimentare la macchina dei consumi, il Cristianesimo chiede quell’atto di fiducia consistente nell’accettare di partecipare alle sofferenze del Signore Gesù per poter partecipare anche alla sua gloria. Pensata in ordine alla relazione interpersonale con il Dio uni-trino, la felicità viene allora considerata nuovamente come il fine ultimo dell’uomo e non viene ridotta – dietro l’apparenza del fine che ciascuno persegue autonomamente – ad un mero mezzo per scopi connessi alla sopravvivenza della macchina economico-finanziaria globale rappresentata simbolicamente dalla crescita dei profitti grandi multinazionali. La genialità del Cristianesimo consiste poi nell’anticipazione sacramentale della beatitudine. Lungi dal soccombere all’accusa di rimandare nell’al di là la fruizione di questa felicità, come fosse il portato mitologico di un illusorio ritorno all’età dell’oro, la Chiesa ce ne offre una significativa anticipazione nei sacramenti e, in particolar modo, nell’Eucaristia. pane_jpg_20518La vita di grazia, che viene alimentata attraverso la partecipazione al banchetto eucaristico, permette di pregustare la beatitudine celeste, facendo esperienza di quell’Amore che asciugherà ogni lacrima e di quell’infinita conoscenza che avremo quando saremo simili a Lui e conosceremo così come siamo conosciuti. Si tratta qui di lasciarsi amare e di apprendere a poco a poco ad amare con la stessa carità di Colui che ci ha amati per primo. È nella comunione che infatti anticipiamo ciò che siamo chiamati a vivere in una relazione eterna che sa assumere in sé anche esseri fatti di tempo come gli umani, perché relazionandoci con l’Eterno che ha preso dimora tra noi facciamo esperienza di un abbraccio che non esclude, ma fa essere e pertanto include ciò che diviene. La radice dell’essere Chiesa sta proprio in questa comunione col Cristo, vero Dio e vero uomo, che si esprime nella fraternità che unisce, nel rispetto delle differenze, le donne e gli uomini tra loro. Più ci si avvicina al centro del cerchio e più i punti della circonferenza si uniscono tra loro. Dopo aver fatto esperienza del grande amore che ci ha dato il Padre per essere chiamati suoi figli, nonostante tutte gli errori e le cadute della nostra umana fragilità, nell’accogliere il punto di vista di Gesù sulla realtà, nel tendere con fiducia al conseguimento della beatitudine confidando nell’onnipotenza misericordiosa del Signore, nell’amarci come Gesù stesso ci ha amato vivremo ecclesialmente l’anticipazione sacramentale della vita eterna che consiste nel conoscere “te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). La relazione vitale con Gesù, come conoscenza d’amore e amore che conosce, ci libera fin d’ora dall’illusione mendace di una felicità immediata che si perpetua in un circolo vizioso di crescente insoddisfazione. Non vivendo più il desiderio come mera mancanza, potremo riscoprirlo per grazia come forza vitale per amare Dio e il prossimo.

Il ’68 alternativo di Joseph Ratzinger (“Nostro Tempo” 13 maggio 2018)

A cinquant’anni dal 1968 intendiamo ricordare non tanto gli eventi connessi al movimento sociale e politico che prende il nome da quell’anno, quanto la pubblicazione di un libro che – per tanti versi – risulta ancor oggi molto significativo. Ci riferiamo all’edizione tedesca della Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, in cui Joseph Ratzinger raccolse una serie di lezioni tenute all’Università di Tubinga l’anno precedente rispetto a quello di cui ricorre il cinquantenario. Si trattava di un tempo in cui l’avvertito teologo, forte dell’esperienza come perito al Concilio Vaticano II, accoglieva la sfida di mostrare l’attualità della verità dischiusa dal Credo. CONGAR-e-RATZINGERAllora come oggi, la posta in gioco consisteva nel proporre con linguaggio accessibile i misteri della fede cristiana così come sono stati formulati dai Concili di Nicea e di Costantinopoli, perché costituissero la fondamentale espressione dottrinale della Chiesa. È il Credo che, ancor oggi, proclamiamo ogni domenica nell’assemblea liturgica e che costituisce la dichiarazione di quanto personalmente ed ecclesialmente accogliamo per fede. Per quanto l’aspetto dottrinale della fede sia stato da più parti ridimensionato, risulta ingiusto ridurre la portata e il ruolo di questo “simbolo di riconoscimento” tra i credenti a servizio dell’unità della Chiesa. “Credere cristianamente significa intendere la nostra esistenza come risposta al Verbo, al Logos che sostenta e mantiene in essere tutte le cose. Significa dare il proprio assenso a quel ‘senso’ che non siamo in grado di fabbricarci da noi, ma solo di ricevere come un dono, sicché ci basta accoglierlo ed abbandonarci ad esso. La fede cristiana è pertanto una opzione a favore di una realtà, in cui il ricevere precede il fare…”. È per questo che la scelta di Ratzinger, in quegli anni movimentati, di introdurre alla fede cristiana procedendo dal commento al Credo, ricevuto appunto in dono dalla Chiesa stessa, non ha perso nulla della sua attualità e della sua urgenza. “Il Simbolo esprime certo in primo luogo, prescindendo da tutte le tensioni e divisioni, il fondo comune della fede in Dio uno e trino. È la risposta all’appello lanciato da Gesù di Nazareth: ‘Fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli’. È una professione di fede in lui visto come vicinanza di Dio, come vero futuro dell’uomo”. Ancor più che cinquant’anni fa, si rischia oggi di avvertire con maggior scetticismo che il Cristo annunciato dalla Chiesa è il “vero futuro dell’uomo”. Nell’epoca che ha abbandonato i proclami sulla morte di Dio e della religione, per arrendersi all’evento del pluralismo religioso, da più parti si afferma una visione pessimista sul ruolo del cristianesimo nella storia. I puntuali richiami sul fatto che la nostra sarebbe un’era ormai post-cristiana, che riecheggiano da più parti, invece che rilanciare l’urgenza della missione sembrano offuscare la descrizione in parabole del regno di Dio offerta dai passi evangelici sul granello di senape o sul lievito nella pasta (cfr. Lc 13,18-21). Se siamo chiamati a vivere con libertà e dedizione la missione affidata dal Signore alla Chiesa, senza attardarsi oltremisura sugli ostacoli posti dal contesto, rimane pur vero che occorre un serio discernimento sulla qualità della proposta di fede. La misura alta della fede cristiana richiede quindi ch’essa sia vissuta conformemente alla carità, evitando così di scivolare nelle secche del “fraintendimento dottrinalistico” o della “secolarizzazione dell’amore”. Lasciarsi guidare nella comprensione del Credo alla luce della correlazione tra Verità e Carità, nei delicati frangenti dell’attuale passaggio d’epoca, può costituire una efficace preparazione per contribuire alla viva trasmissione della fede della Chiesa Al riguardo la Prefazione di Joseph Ratzinger alla prima edizione dell’Introduzione al cristianesimo può agire anche per noi come un pungolo – tanto esigente, quanto fecondo – per stimolare nuovamente la nostra riflessione sul Credo e sulle sue implicazioni per la vita cristiana. Si è talvolta persuasi che il nuovo è necessariamente migliore di ciò che ci è stato trasmesso. Piuttosto che assumersi la fatica dell’interpretazione che rende attuali per tutti gli aspetti espressivi del Cristianesimo (ripensando l’inevitabile discontinuità nel fluire stesso della vita della Chiesa, in modo da togliere eventuali ostacoli alla sincera sequela di Cristo delle donne e degli uomini del nostro tempo), si rischia da più parti di comportarsi come il protagonista della “vecchia storiella” raccontata da Ratzinger. Un tal Giovannino “per maggior comodità, si era messo a scambiare il mucchio d’oro che gli risultava troppo pesante e faticoso, con una fila successiva di altre cose: dapprima con un cavallo, poi con una mucca, indi con un’oca, e infine con una cote per affilare, che terminò per gettare in acqua senza nemmeno perderci molto; anzi, ciò che ora ne aveva ottenuto in cambio, era il dono della piena libertà da lui tanto agognata. Fino a quando poi sia durato il suo stato di ebbrezza, quanto sia stato cupo e deprimente il risveglio dalla vicenda della sua pretesa liberazione, la storiella – come si sa – lo lascia pensare alla fantasia di chi la legge”. L’urgente aggiornamento del linguaggio e della prassi ecclesiale non entra in concorrenza col ritorno alle fonti: l’interpretazione della vita cristiana richiede proprio la fatica della riformulazione per evitare di trovarsi a scambiare l’oro che ci è stato trasmesso con molteplici novità, che comportano una mortificante svalutazione di quanto si ricevuto. Rileggere l’Introduzione al cristianesimo, nel tempo del post-cristianesimo proclamato, potrebbe ancora aiutarci a comprendere “in maniera nuova la fede”, senza cedere a quel “vacuo chiacchiericcio” – spesso alimentato dai media – “che stenta faticosamente a mascherare un totale vuoto spirituale”.

Sorge dalla Pasqua la civiltà dell’amore (“Nostro Tempo” 8 aprile 2018)

armamentiLa speranza della Chiesa nella storia procede dalla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Per quanto l’attuale passaggio d’epoca – segnato dal perpetuarsi del conflitto per l’egemonia globale, attraverso la ripresa della corsa agli armamenti – possa turbare i cuori di molti, la Chiesa continua ad annunciare la salda speranza di salvezza trasmessa dal racconto di quanto il suo Signore, il Crocifisso risorto, ha vissuto in obbedienza al Padre e per amore dei fratelli. La certezza di appartenere a Lui solo spezza i vincoli delle pseudo-speranze “mondane, troppo mondane”, che conducono progressivamente all’insinuante disperazione di chi oscilla tra il cieco ottimismo nei tanti mezzi di cui oggi disponiamo e il mortificante pessimismo di chi non sa gestire gli effetti collaterali di quegli strumenti. Lo sviluppo, quando non è integrale – e pertanto animato dall’affidamento alla grazia divina – porta l’uomo ad avventurarsi per sentieri caratterizzati da una conflittualità sempre meno evitabile, dove l’agire che procede da un’esistenza condotta nel segno della verità, della bontà e della bellezza risulta drammaticamente irrealizzabile. È per questo che la Chiesa, nell’annunciare il Crocifisso risorto, è chiamata giorno dopo giorno a farsi “ospedale da campo” (papa Francesco), luogo di benedizione per le sempre più numerose persone radicalmente ferite e, peggio, scartate dalle relazioni che sono poste al centro di questa nostra cultura autoreferenziale. La cultura contemporanea risulta infatti molto spesso orientata al mero soddisfacimento di desideri dettati da impulsi che si esauriscono nel breve termine, con esiti non di rado aggressivi verso le persone e le comunità. Per tenere sempre viva la mega-macchina del consumo e della gestione della società di massa, questa “cultura” tende a frammentare e ad ostacolare la nostra già debole aspirazione ad impegni di lungo respiro, che richiedono un certo discernimento e lasciando così aperta lo spazio per logiche ispirate ad una diffusa volontà di potenza. Di conseguenza, la logica dell’affermazione di sé rischia di prevalere sul desiderio dell’essere per altri. Questa mentalità ci porta poi a temere ogni genere di relazione definitiva, in vista di rapporti sempre più liquidi e di finalità sempre più scheggiate che conducono le donne e gli uomini del “nostro tempo” verso la disgregazione interiore, la dissoluzione dei legami sociali e l’affaticamento relazionale. Realtà decisive come l’appartenenza alla Chiesa o la custodia dell’unità familiare, la gioia dell’annuncio nel quotidiano o l’impegno per la giustizia sociale risultano così molto spesso mete auspicabili, ma irrealizzabili. Il mistero pasquale di Cristo non può non incontrare anche le forme che la disperazione prende in quest’epoca di passaggio e, se accolto liberamente, apre inediti sentieri di speranza anche oggi e per tutti noi. La fede nella risurrezione del Crocifisso nutre così quella speranza oltre ogni speranza, che conduce ogni persona – liberata dalla conoscenza della verità che è Cristo – ad amare come Lui stesso ci ha amati. Quando questa dimensione peculiarmente ecclesiale diventa espressione socio-culturale, si manifesta quella che il beato Paolo VI chiamava “civiltà dell’amore”. Condivisibile in linea di principio anche da coloro che non appartengono visibilmente alla Chiesa, questa prospettiva sulla realtà assumerà anche forma politica ed economica. Una speranza che ha i tratti visibili dell’impegno a motivo del Vangelo per la pace. Una condizione certo storica e fragile, ma che trova la sua solida realtà nella Gerusalemme celeste attesa dai credenti: «E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”» (Ap 2,2-4). La Pasqua apre la via per il compimento eterno. Questa stessa speranza motiva l’impegno della comunità cristiana nella vita sociale, politica ed economica, nella perseverante e pacifica opzione preferenziale per gli ultimi in nome della fraternità dischiusaci dalla morte e risurrezione di Cristo.

Pierre Claverie.pngTale fraternità viene testimoniata, tra altri fedeli discepoli del Signore, dal vescovo domenicano di Orano (Algeria) Pierre Claverie, ucciso nell’agosto del 1996 – con l’autista musulmano Mohammed – dall’esplosione di un ordigno presso la sua abitazione. Verso la fine del gennaio di quest’anno, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio del vescovo Claverie e di altri diciotto sacerdoti, religiosi e religiose uccisi tra il 1994 e il 1996. Pur vivendo nell’Algeria oltraggiata dalla recrudescenza del terrorismo fondamentalista, il vescovo domenicano non ha per questo dubitato della vittoria del Cristo sull’odio, sul peccato e sulla morte. Era sua convinzione, sostenuta nella speranza dalla fede e dalla carità, che occorre vivere di Cristo, il quale «vuole liberare la libertà esorcizzando la paura: liberà di far la propria vita per ciò in cui si crede e per chi si ama. […] Tutto ciò non è possibile se non con la fiducia in un Dio che è la vita e che dà la vita, un Dio che si può chiamare Padre anche nella sofferenza e nella morte». Sulla base di questo profondo affidamento, pensiamo che il vescovo Claverie abbia vissuto i giorni precedenti al martirio nella consapevolezza che: «allo stesso modo di Gesù possiamo lottare contro le potenze della morte con le armi della vita: l’amore, la giustizia, la pace, la libertà, la verità, la fiducia e la compassione» (da Attraverso la morte, in Lettere dall’Algeria).