Guerra e pace per i cristiani (“Nostro Tempo” 08 maggio 2022)

Occorre riconoscere all’editore Castelvecchi il merito di aver ripubblicato la riflessione I cristiani e la pace di Emmanuel Mounier, nella traduzione di Paola Baiocco uscita nel 2008 per i tipi di Città Aperta. Pubblicato originariamente nel 1939 col titolo Pacifistes ou Bellicistes?, il contributo del filosofo personalista procede dalla preoccupata insoddisfazione per il Patto di Monaco – siglato da Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna il 29 settembre 1938 – col quale si concesse ad Adolf Hitler di annettere la regione dei Sudeti che faceva parte della Cecoslovacchia. Mounier proponeva una riflessione ispirata al realismo cristiano e cattolico, sinceramente volto alla realizzazione della pace, eppure critico dell’atteggiamento allora prevalente nei confronti delle mosse della Germania nazista, caratterizzato da un pacifismo vile e ipocrita, fondato più su di un irresponsabile utilitarismo borghese che sull’autentico desiderio di custodire l’umanità dalla distruzione. Attraverso la composizione di un raffinato mosaico di considerazioni teologiche, giuridiche e sociopolitiche, il principale esponente del personalismo francese giunse a queste conclusioni: 1) «la guerra è un flagello, in qualsiasi epoca. La guerra moderna è, insieme, un cataclisma senza proporzioni e una catastrofe spirituale totale»; 2) «per il cristiano la guerra non è l’unica possibile dimissione». Questa accadrebbe anche nel caso in cui si accettasse di «comprare la pace a prezzo di un accrescimento di viltà, di un ulteriore arretramento dello spirito cristiano di fronte a forze anticristiane» ( e qui il riferimento al nazismo è più che evidente) o si scegliesse – «in un mondo in cui certi vogliono la guerra o almeno non la escludono dai loro rimedi» – di «rifiutare ogni azione che potrebbe comportare il rischio significa rifiutare ogni resistenza, poiché il rischio è ovunque, salvo nell’avvilimento o nel suicidio deliberato».

In quel tragico 1939, Mounier concludeva la sua riflessione sui cristiani e il problema della pace con queste parole che non smettono di interrogarci: «lottiamo disperatamente contro la guerra che viene, non accordiamole neanche un briciolo di complicità. Ma non riusciremo a esorcizzarla se on allo stesso modo in cui si scongiura la malattia: presentandole un’anima sana in un corpo sano. Contro il “bellicismo”, questo riducente: l’assoluto della Carità cristiana; contro quella forma di “pacifismo” che serve le imprese della violenza: la vocazione terrena del cristiano, l’umiltà che è il senso della terra, una pazienza con la Storia che è la stessa inesauribile pazienza di Dio». Meno condivisibile, a mio avviso, è invece la prefazione di Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Pubblico, comparato e internazionale presso l’Università di Roma “La Sapienza” e Deputato del Pd. Unico contributo originale rispetto all’edizione del 2008, tale prefazione esplicita quello che sembra essere il motivo di questa riedizione: sostenere la linea adottata dal Pd guidato da Enrico Letta, mostrando l’attualità del pensiero di Mounier in relazione alla crisi ucraina e all’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione. Una posizione che si distanzia chiaramente dalla linea di condotta autorevolmente rappresentata da papa Francesco, il quale – portando avanti quello che lo stesso Mounier avrebbe forse definito il «pacifismo dei forti» – non smette di sostenere che «la vera risposta» – come si legge, ad esempio, nel Discorso all’incontro promosso dal Centro femminile italiano del 24 marzo – «non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato». Sottolineando invece il numero 500 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, sembra che Ceccanti suggerisca piuttosto come l’invio delle armi all’Ucraina debba essere letto alla luce della lezione di Mounier per il quale «la “forza creatrice” dell’impegno nasce dalla “tensione feconda che esso suscita fra l’imperfezione della causa e la sua fedeltà assoluta ai valori che sono in gioco. L’astensione è un’illusione. Lo scetticismo è ancora una filosofia: ma il non intervento tra il 1936 e il 1939 ha prodotto la guerra di Hitler».

Mi chiedo: è corretto il tentativo di leggere la congiuntura in cui si è aperto il conflitto in corso tra la Federazione russa e l’Ucraina alla luce del clima che ha portato al Patto di Monaco del 1938? Pur ammettendo che Putin possa rappresentare un pericolo da scongiurare al pari di Hitler, non mi sembra che Boris Johnson possa essere in alcun modo raffrontato a Neville Chamberlain, per tacere di Joe Biden! Ritengo quindi che l’attualizzazione del pensiero di Mounier proposta da Ceccanti manchi il bersaglio su almeno due punti: non considera adeguatamente gli sviluppi del magistero sociale cattolico vivente (si vedano i numeri 256-262 di Fratelli tutti sull’ingiustizia della guerra), a cui il filosofo francese si atteneva con grande rigore, e perde di vista che il fine ultimo a cui guardava Mounier è l’edificazione della pace.

Consiglierei infine all’onorevole Ceccanti di leggere quel che lo stesso Mounier scriveva su Esprit, nel maggio del 1949, in un breve articolo dal titolo Le Pacte atlantique: «il patto porta in grembo le più sinistre illusioni della pace armata e un meccanismo internazionale di freno sociale. Senza proteggerci realmente contro la guerra, ci impegna in una politica che aggrava l’antagonismo dei due blocchi […]. Forse esso ha un senso nella volontà di preparare e di vincere una guerra. Ma il nostro fine e il nostro interesse, di francesi ed europei, non è di vincere la guerra, ma d’impedirla. Così la nostra opposizione al Patto non può essere che totale» (Œuvres de Mounier, vol. IV, pp. 221-222).

«Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14)

Nella XIII stazione della Via Crucis contempliamo Gesù che muore sulla Croce per unire nell’amore del Trinitas Deus l’umanità divisa dal peccato, dall’inimicizia, dalla “logica di Caino”: «Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perchémi hai abbandonato?”. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere”. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò» (Mc 15,34.36-37).

Nella Via Crucis al Colosseo presieduta questa sera da papa Francesco, mentre la Croce veniva portata dalle due amiche Albina (russa) e Irina (ucraina), si è deciso di non leggere la meditazione preparata per commentare la XIII stazione. “Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno, nel proprio cuore, preghi per la pace nel mondo”. Val comunque la pena di riprendere il testo del breve commento pubblicato nel libretto della celebrazione:

La morte intorno. La vita che sembra perdere di valore. Tutto cambia in pochi secondi. L’esistenza, le giornate, la spensieratezza della neve d’inverno, l’andare a prendere i bambini a scuola, il lavoro, gli abbracci, le amicizie… tutto. Tutto perde improvvisamente valore. “Dove sei Signore? Dove ti sei nascosto? Vogliamo la nostra vita di prima. Perché tutto questo? Quale colpa abbiamo commesso? Perché ci hai abbandonato? Perché hai abbandonato i nostri popoli? Perché hai spaccato in questo modo le nostre famiglie? Perché non abbiamo più la voglia di sognare e di vivere? Perché le nostre terre sono diventate tenebrose come il Golgota?”. Le lacrime sono finite. La rabbia ha lasciato il passo alla rassegnazione. Sappiamo che Tu ci ami, Signore, ma non lo sentiamo questo amore e questa cosa ci fa impazzire. Ci svegliamo al mattino e per qualche secondo siamo felici, ma poi ci ricordiamo subito quanto sarà difficile riconciliarci. Signore dove sei? Parla nel silenzio della morte e della divisione ed insegnaci a fare pace, ad essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe avrebbero voluto annientare.

Albina e Irina tengono la Croce alla XIII stazione

Nella preghiera della Chiesa ai piedi del Crocifisso che dona la vita per amore, nell’amicizia nel segno della Croce tra Albina e Irina, viene rappresentata la verità calpestata dalle logiche della potenza attualmente in conflitto, viene ribadita l’onnipotenza crocifissa del perdono, viene celebrato il senso della morte di Cristo nel frutto della vita e della pace. Lungi dall’essere ambigua e fuori luogo, come qualcuno ha protestato, l’immagine delle due amiche che tengono la Croce ci indica l’unica vera “politica” degna dell’uomo, quella che opera concretamente per la riconciliazione e per la pace. Uniti alle vittime, capaci di perdono, aggrappati al Crocifisso, unica speranza!

Signore Gesù,
che dal tuo costato trafitto
hai fatto sgorgare la riconciliazione per tutti,
ascolta le nostre umili voci:
dona alle famiglie distrutte da lacrime e sangue
di credere nella potenza del perdono
e a tutti noi di costruire pace e concordia.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

R/. Amen.

La nostra Pasqua guardando ad est (“Nostro Tempo” 10 aprile 2022)

Nel celebrare la Domenica delle Palme avvertiamo che la Pasqua di Risurrezione – scaturigine, centro e vertice dell’anno liturgico – è ormai vicina. Eppure, ancor più nell’attuale congiuntura, siamo chiamati a ricalcare passo dopo passo la via crucis originaria con attenzione e partecipazione, con lo sguardo teso al Cristo risorto che ha vinto il peccato e la morte. Nel tempo in cui ritenevamo – estenuati nella produttività e nella psiche – di esserci lasciati alle spalle la stagione pandemica, siamo stati catapultati nella recrudescenza di un conflitto più che decennale provocato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, che prelude ad un riassetto degli equilibri nell’ordine delle relazioni internazionali. Al di là del ritorno del fantasma (forse troppo ottimisticamente rimosso) dell’olocausto nucleare, si sta assistendo ad un temerario incremento delle spese per gli armamenti, mentre si teme la recessione economica e si paventa addirittura il pericolo della carestia nei paesi più poveri. In tal contesto, sembra che la pace non venga adeguatamente ricercata né dagli uni, né dagli altri, lasciando la desolante impressione che la logica di potenza continui a prevalere al di là del teatro delle legittime intenzioni. Se questo non bastasse, viene strumentalizzato perfino il cristianesimo. Se Vladimir Putin ha citato una delle espressioni più commoventi e luminose del Quarto Vangelo per celebrare le motivazioni dei soldati coinvolti nell’«operazione militare speciale» («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici», Gv 15,13), Joe Biden ha richiamato – nel discorso tenuto a Varsavia il 26 marzo scorso – lo storico «Non abbiate paura!» pronunciato da san Giovanni Paolo II nell’omelia tenuta in occasione della s. Messa per l’inaugurazione del pontificato (22 ottobre 1978) al fine di compattare il fronte Nato contro la Russia.

Come ha opportunamente denunciato papa Francesco nell’Angelus da Malta di domenica 3 aprile, si tratta senz’altro di una «guerra sacrilega» e non solo per la «tragedia umanitaria della martoriata Ucraina, ancora sotto i bombardamenti», ma anche – riteniamo di dover aggiungere – per le motivazioni egemoniche ed ideologiche che traspaiono sempre più dal modo in cui le principali parti in gioco sembrano resistere alla pace. In questo contesto plasmato da una profonda rassegnazione a fronte dell’imporsi della logica del potere, prepararsi alla celebrazione della Pasqua significa innanzitutto vivere la Croce di Gesù ponendosi ai piedi delle croci del nostro tempo, con la preghiera e la concreta solidarietà. Significa poi, al tempo stesso, addentrarsi nella convergenza tra Caifa e Pilato, nel violento clamore della folla, nelle dinamiche dell’abbandono, del rinnegamento e del tradimento consumatesi nei cuori degli stessi discepoli. Rivivere nella liturgia l’ombra della menzogna e della violenza che si abbattono su Gesù, riconoscendoli presenti in nuce anche al fondo del nostro animo, ci permetterà ancora di pregare con la liturgia: Ave Crux, spes unica.

Ma se vi è speranza, ora e sempre, questa procede dal mistero stesso della Risurrezione in cui si manifesta il senso stesso della storia come storia della salvezza, in cui viene realmente anticipata – nella persona stessa di Gesù – la destinazione escatologica che ci attende se rimarremo uniti a Lui. Per lasciarsi introdurre nel mistero del Crocifisso risorto, occorre far nostra la saggezza espressa da un celebre verso dell’inno Patmos scritto da Friedrich Hölderlin: «Dov’è però il pericolo, cresce anche ciò che salva». Se nella nostra percezione il pericolo viene da est, è pur vero che l’autentica spiritualità russa è maestra nel restituire le altezze e le profondità del mistero pasquale.

Si legga quanto ha scritto il teologo ortodosso russo Alexander Schmemann sulla Domenica delle Palme nella quale proclamiamo «la nostra fede nella vittoria finale di Cristo», il «nostro coinvolgimento con il regno di Dio» e «la nostra responsabilità verso di esso». Si assuma lo sguardo di fede con cui possiamo riconoscere che «Cristo, la nostra pasqua, è questo lievito della risurrezione di tutti. Come la sua morte distrugge il principio stesso della morte, la sua risurrezione è il pegno della risurrezione di tutti, perché la sua vita è la fonte di ogni vita». Sviluppando questo tema nel proprio compendio di teologia dogmatica, Vladimir Lossky mette in luce come attraverso la risurrezione di Cristo «una forza di vita s’introduce nel cosmo per risuscitarlo e trasfigurarlo nella distruzione finale della morte. Dopo l’Incarnazione e la Risurrezione, la morte è abbattuta, non è più assoluta. Tutto converge verso la restaurazione integrale di tutto ciò che è distrutto dalla morte, verso l’abbraccio di tutto il cosmo da parte della gloria di Dio che diviene tutto in tutti, senz’escludere da questa pienezza la libertà di ogni persona davanti alla piena coscienza della propria miseria che le comunicherà la luce divina».

Procedendo da questo sguardo di fede che viene da quella stessa Russia che oggi sembra così accecata dalla logica della potenza, potremo trovare ancora una volta in Cristo quella fondamentale cornice di senso per leggere anche i più laceranti segni dei tempi, nella fondata speranza di poter vincere le tentazioni che ci assediano impegnandoci efficacemente per la pace e per la vita. Nei pensieri sulla morte, pubblicati postumi, il teologo domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges ha scritto: «Non abbiamo bisogno di vincere il male: è Dio che se ne fa carico; per noi, è sufficiente non esserne vinti». Un compito che risulta quanto mai urgente per noi tutti ed, in particolare, per noi uomini dell’Occidente, sempre tentati – obliando la forza che viene dal Risorto – di vincere il male ancora e sempre col male.

“Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! e “Mai più la guerra!”: non si separi ora ciò che Giovanni Paolo II ha unito in vita

Ieri, 26 marzo, il Presidente degli Stati Uniti d’America apriva il suo discorso a Varsavia menzionando lo storico appello di san Giovanni Paolo II nell’omelia della s. Messa per l’inizio del pontificato, il 22 ottobre 1978. Queste le parole di Joe Biden: «Non abbiate paura (“Be not afraid“). Queste sono state le prime parole nel primo discorso pubblico del primo Papa polacco dopo la sua elezione nell’ottobre del 1978. Quelle sono le parole che hanno poi definito Giovanni Paolo II, parole che avrebbero cambiato il mondo». Il Presidente USA, nel celebrare Varsavia come avamposto della libertà, ha comunque omesso di menzionare le fondamentali parole che seguono a quell’accorato invito. Il Papa, figlio della Polonia, invitava a non avere paura di spalancare le porte a Cristo! E non si rivolgeva solo ai cattolici “al di qua e al di là del muro”, ma anche – benché indirettamente – ai capi di quello che allora si chiamava “Patto di Varsavia” e quindi, potremmo forse dire, ai responsabili dell’URSS. Occorre infatti leggere le parole di san Giovanni Paolo II nel contesto in cui furono pronunciate, per evitare quella distorsione semantica a cui sono state sottoposte nel momento in cui si è deciso di inserirle in testa ad un discorso sul ricompattamento della NATO a fronte della violenta invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Federazione russa. Biden, infatti, riprende quel «non abbiate paura» (omettendo tuttavia il riferimento a Cristo!), cui segue il ricordo della defunta (e discussa) Madeleine Albright, per aprire un discorso che si sviluppa come una dichiarazione di potenza delle democrazie occidentali intente ad appoggiare fermamente la resistenza ucraina contro il fronte oscuro dell’autocrazia: «Invece di infrangere la determinazione ucraina, le tattiche brutali della Russia ne hanno rafforzato la determinazione. Invece di separare la NATO, l’Occidente è adesso più forte e più unito di quanto non sia mai stato. La Russia voleva una minore presenza della NATO al suo confine, ma ora ha una presenza più forte, una presenza più ampia, con oltre centomila soldati americani, qui, insieme a tutti gli altri membri della NATO». Per quanto Biden guardi alla caduta non del popolo russo, ma del riprovevole «tiranno» Vladimir Putin, proprio la libera interpretazione dell’appello del Papa polacco ch’egli ripropone in conclusione del discorso sembra confermare l’ipotesi che mi permetto di avanzare. «In quest’ora, quindi, lasciamo che le parole di Papa Giovanni Paolo ardano oggi così luminosamente: mai e poi mai rinunciare alla speranza, mai dubitare, mai stancarsi, mai lasciarsi scoraggiare. Non avere paura!». Per terminare, tra gli applausi, sentenziando con forza il “credo” del fronte liberal-democratico: «Un dittatore deciso a ricostruire un impero non cancellerà mai l’amore di un popolo per la libertà. La brutalità non frantumerà mai la loro volontà di essere liberi. L’Ucraina non sarà mai una vittoria per la Russia, perché le persone libere rifiutano di vivere in un mondo di disperazione e di oscurità. Avremo un futuro differente, un futuro radicato nella democrazia e nel principio – speranza e luce – di decenza e di dignità, di libertà e delle opportunità. Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere! Dio vi benedica tutti; che Dio difenda la nostra libertà e che Dio protegga le nostre truppe!». A fronte di quest’evidente strumentalizzazione delle parole del Papa santo, figlio della Polonia, è quantomeno doveroso rileggere nel contesto originario quelle parole dense ed efficaci che, quasi certamente, contribuirono al processo di dissoluzione del fronte sovietico. San Giovanni Paolo II, in verità, rivolse un fermo appello a favore dell’uomo, affinché venisse smantellata la cortina di ferro che separava allora l’umana famiglia e fossero spalancate le porte a Cristo:

«Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale».

Che vi sia una fondamentale differenza di prospettiva tra il discorso del cattolico Biden e l’omelia del santo Papa polacco può risultare ancor più evidentemente, se ve ne fosse bisogno, dal commovente appello rivolto sempre da Giovanni Paolo II in calce ad un non meno celebre Angelus, quello del 16 marzo 2003. A circa venticinque anni dall’omelia inaugurale, il Papa anziano e malato invitava – non meno “luminosamente” – a ripudiare la guerra e ad impegnarsi per la pace:

Dall’Angelus della II Domenica di Quaresima, 16 marzo 2003

«Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!“, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!». Ma quel che forse più conta, per prestar ancora attenzione al contesto, è la circostanza in cui queste parole furono pronunciate. Quattro giorni dopo, infatti, il 20 marzo 2003, una coalizione multinazionale (Regno Unito, Australia e Polonia) capeggiata dagli Stati Uniti d’America diede inizio all’invasione dell’Iraq, inaugurando così la Seconda guerra del Golfo motivata sulle prime dal sospetto, rivelatosi poi infondato, della detenzione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein. Quest’ultimo doveva necessariamente essere destituito al fine d’instaurare in Iraq una democrazia formale, con gli esiti disastrosi che abbiamo poi conosciuto. A san Giovanni Paolo II fa eco oggi papa Francesco, il quale – dopo aver chiarito che la vera risposta alla guerra non sta in «altre armi, altre sanzioni» (Discorso del 24 marzo) – al termine dell’Angelus di questa IV Domenica di Quaresima (27 marzo), ribadisce la solidarietà con la «martoriata Ucraina», invita l’umanità ad «abolire la guerra» e rivolge un accorato appello affinché «tacciano le armi» e «si tratti seriamente per la pace». Affidiamoci, con papa Francesco, all’intercessione di Maria Santissima, Regina della pace:

«Cari fratelli e sorelle! È passato più di un mese dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, dall’inizio di questa guerra crudele e insensata che, come ogni guerra, rappresenta una sconfitta per tutti, per tutti noi. C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono. La guerra non devasta solo il presente, ma anche l’avvenire di una società. Ho letto che dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina un bambino su due è stato sfollato dal Paese. Questo vuol dire distruggere il futuro, provocare traumi drammatici nei più piccoli e innocenti tra di noi. Ecco la bestialità della guerra, atto barbaro e sacrilego! La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia. Prego per ogni responsabile politico di riflettere su questo, di impegnarsi su questo! E, guardando alla martoriata Ucraina, di capire che ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti. Perciò rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace! Preghiamo ancora, senza stancarci, la Regina della pace, alla quale abbiamo consacrato l’umanità, in particolare la Russia e l’Ucraina, con una partecipazione grande e intensa, per la quale ringrazio tutti voi. Preghiamo insieme».

Contro la guerra serve la preghiera (“Nostro Tempo” 13 marzo 2022)

Sono giorni bui e dolorosi. Giorni nei quali non è possibile non stare dalla parte delle vittime di una guerra esplosa nel cuore dell’Europa orientale. L’estrema sofferenza in cui versa il popolo ucraino richiede il più concreto impegno da parte di tutti, affinché si giunga quanto prima alla pace e vi si giunga per via diplomatica. A questo punto, ogni alternativa alla negoziazione comporterebbe infatti una multiforme recrudescenza del conflitto, tale da accelerare la spirale della violenza fino a lambire l’impiego delle testate nucleari. Un incubo considerato a torto come una tragica minaccia dissoltasi con la Guerra fredda e che oggi ritorna a turbare le menti e i cuori dell’Europa, del mondo. Vladimir Putin non ha soltanto invaso l’Ucraina, ma – a fronte delle sanzioni economiche imposte alla Russia – ha dichiarato di aver messo in stato di allerta il sistema di deterrenza nucleare, riportando l’umanità su quello che Thomas Merton aveva definito il «crinale apocalittico della storia». Un limite che gli Stati Uniti d’America avevano comunque già deciso di varcare nel febbraio del 2019, annunciando di sospendere l’adesione allo storico Trattato sulle forze nucleari a medio raggio firmato a Washington da M. Gorbačëv e da R. Regan l’8 dicembre del 1987, col quale veniva superata la cosiddetta “crisi degli euromissili”. Le tormentate vicende politiche dell’Ucraina degli ultimi vent’anni sono di fatto l’esito e la testimonianza della ripresa del conflitto in Europa tra Stati Uniti e Russia.

Da un lato, la spinta espansionistica della NATO ad est e dall’altro, la controspinta della Federazione Russa a riappropriarsi dei territori appartenenti all’ex URSS, non senza la certezza di poter contare sulla solidità dei rapporti con la Cina, vero competitor globale degli USA. Tragicamente nel mezzo, gli ucraini sono le vittime sacrificali del terremoto scaturito dagli interessi contrapposti di queste enormi “zolle crostali” geopolitiche. Per questo non si può non prendersi cura delle vittime; dopodiché la tragica congiuntura deve essere risolta attraverso la negoziazione diplomatica. Questa soluzione, quasi per definizione, implica che ciascuna delle parti in conflitto – e non mi riferisco evidentemente alle donne e ai bambini ucraini! – rinunci a qualcosa affinché “tutti” possano vincere. Come ebbe a dire Pio XII, il 24 agosto 1939, «nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Da questo punto di vista, è quindi necessario ed urgente che in primo luogo ogni attore del conflitto rinunci ad interpretarlo sul modello del gioco a somma zero: gli Stati Uniti e, al seguito, l’Unione Europea si aprano ad un effettivo multipolarismo, rinunciando ad un’impossibile leadership mondiale fondata sull’ipotesi di un unico ordine globale liberal-capitalistico che metterebbe fine alla storia (F. Fukuyama); la Federazione Russa cessi la violenta riconquista dello spazio vitale che apparteneva all’URSS, optando anch’essa per custodire il fragile equilibrio dovuto all’imporsi di Cina ed India sul palcoscenico mondiale.

In un frangente in cui la storia si rimette in movimento e assesta un colpo mortale all’illusione dell’ormai acquisita globalizzazione del sedicente modello liberal-democratico – da leggersi piuttosto come espansione del «capitalismo tecno-nichilista» (M. Magatti) – non si può in alcun modo cedere alla tentazione di un presunto scontro di civiltà tra Oriente ed Occidente. Muovendomi all’interno di questa comprensione del momento presente, sono andato alla ricerca di un testimone che potesse sostenere la speranza del dialogo a partire da un profondo radicamento nella fede cattolica, di cui è simbolo la fiaccola che dà il titolo a questa rubrica. Ritornai allora al cuore di un libro non più recente, la cui rilettura mi ha aiutato a “sperare contro ogni speranza”. Vi si legge, infatti, della visita sorprendente e, all’epoca, francamente inimmaginabile, resa da Giorgio La Pira al Soviet Supremo a Mosca il 17 agosto del 1959 (il giorno prima di recarsi a Kiev!), in cui il sindaco di Firenze, laico domenicano, ebbe a dichiarare:

«Signori, io sono un credente cristiano e dunque parto da una ipotesi di lavoro che, per me, non è soltanto di fede religiosa ma razionalmente scientifica. Credo nella presenza di Dio nella storia e dunque nell’incarnazione e nella resurrezione di Cristo dopo la morte in croce. Credo che la resurrezione di Cristo è un evento di salvezza che attrae a sé i secoli e le nazioni. Credo dunque nella forza storica della preghiera. Quindi, secondo questa logica, ho deciso di dare un contributo alla coesistenza pacifica est-ovest, come dice il signor Krusciov, facendo un ponte di preghiera fra Occidente e Oriente per sostenere, come posso, la grande edificazione di pace nella quale tutti siamo impegnati. C’è chi ha le bombe atomiche, io ho soltanto le bombe della preghiera. […] la pace dev’essere costruita a più piani, a ogni livello della realtà umana, economico, sociale, politico, culturale, religioso. Soltanto così il nostro ponte di pace fra Oriente e Occidente diventerà incrollabile. E così lavoreremo per il più grande ideale storico della nostra epoca, un pacifico tempo di avvento umano e cristiano» (V. Citterich, Un santo al Cremlino. Giorgio La Pira, Edizioni paoline, Milano 1986, pp. 110-111).

Preghiamo quindi perché lo Spirito Santo susciti anche oggi uomini di tal fatta, che sappiano parlare ai presidenti Putin e Biden come a battezzati – quali sono! – affinché, nel nome di Cristo, si convincano a percorrere sinceramente “il sentiero di Isaia” (Is 2,1-5):

«Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme. Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venire, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore».

La misericordia del predicatore (“Nostro Tempo” 13 febbraio 2022)

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Leggendole a partire dal nostro tempo, queste parole del vangelo di Marco manifestano un’indubbia capacità profetica. L’evangelista Marco mette giustamente a fuoco, in primo luogo, come il disorientamento radicale della grande folla – composta da individui lasciati a se stessi e pertanto incapaci di riconoscere un senso alle proprie vite, appunto come pecore senza pastore che hanno smarrito la direzione – suscita in Gesù un profondo sentimento di compassione, un contorcimento interiore paragonabile solo alla reazione viscerale della madre nei confronti del proprio figlio. Nessun cristiano consapevole di appartenere a Cristo e alla Chiesa potrebbe, oggi, dubitare che il principale tratto affettivo col quale Dio si rivela nella storia faccia tutt’uno con la compassione di cui si parla in questo versetto. Viene qui alla luce, con forza e discrezione squisitamente evangelica, quella misericordia divina che traspare lungo tutta la narrazione biblica e che trova appunto il suo vertice nel mistero pasquale di Cristo, dove il Padre ha rivelato nel Figlio crocifisso e risorto l’insondabile disegno di misericordia che si compie in ciascuna donna e in ciascun uomo per opera dello Spirito Santo. Al di là delle resistenze e delle durezze, radicate nella poca fede dei suoi discepoli, la compassione misericordiosa che Gesù nutre per ogni essere umano – come espressione dell’amore in cui è una sola cosa col Padre (cfr. Gv 10,30) – costituisce un guadagno che la comunità ecclesiale difficilmente potrà smarrire.

Non sembra si possa dire lo stesso di quanto viene asserito nella seconda parte del versetto. Qui l’Evangelista sottolinea come Gesù non faccia seguire alla compassione per lo smarrimento della folla il pur fondamentale dono del nutrimento materiale, ma l’insegnamento. A partire dal modo in cui Cristo stesso ha interpretato la propria missione, viene infatti descritto quell’esercizio della misericordia veritatis che il linguaggio della catechesi ha trasmesso nella forma dell’opera di misericordia spirituale che invita ad “istruire gli ignoranti”. Non occorre qui elencare le molteplici ricerche sociologiche sull’analfabetismo religioso, che pervade tanto gli indifferenti quanto le frange più fondamentaliste o tradizionaliste, per rendersi conto che nelle comunità ecclesiali le energie impiegate per insegnare l’«abc della fede» siano sproporzionate per difetto rispetto alla crescente ignoranza di Cristo. Varrà quindi la pena di porsi nuovamente “antiche” domande: non ci si concentra forse esclusivamente sulla catechesi dei bambini nel contesto dell’iniziazione cristiana, lasciando la formazione degli adulti ad iniziative quantomeno sporadiche?

Il doveroso impegno profuso per ovviare alla riduzione intellettualistica della fede, che la limitava ad un serie di proposizioni cui prestare l’ossequio dell’intelligenza e della volontà, non ha forse lasciato campo aperto ad una perniciosa sottovalutazione dell’aspetto veritativo del cristianesimo e, conseguentemente, del valore formativo intrinseco all’impianto dottrinale faticosamente guadagnato dalla Chiesa? L’approfondita comprensione delle dinamiche affettive che caratterizzano l’adesione di fede non ha portato molti a declinare quasi esclusivamente la predicazione secondo un artificioso sentimentalismo psico-moralistico, con eccessi “maternalistici”, dimenticando che il predicatore – come sottolineava sant’Agostino, riprendendo gli obiettivi fondamentali della retorica classica – è chiamato prima di tutto a docere, per poter movere ed eventualmente delectare? Se la commossa compassione di Gesù lo ha portato ad insegnare, il predicatore non dovrà fare lo stesso permettendo innanzitutto a chi lo ascolta di conoscere quel Dio umanissimo che desidera sia amato? Nel proporre la fede cristiana la comunità ecclesiale non è forse saltata troppo frettolosamente alla “conclusione” – si pensi, ad esempio, a san Paolo: «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!» (1Cor 13,13) –, non considerando che queste parole possono aver senso solo se le si comprende onorando ciò a cui si riferiscono veramente e non in forza di un generico sentimentalismo?

Non stiamo infine assistendo ad una preoccupante marginalizzazione della teologia all’interno delle stesse dinamiche ecclesiali? Quella che un tempo veniva chiamata sacra Doctrina non viene forse umiliata da chi la strumentalizza per garantirsi una posizione di privilegio in ambito clericale, da chi tenta di ridurla ad accattivante proposta divulgativo-ricreativa estenuata dall’inseguire il mondo nei suoi linguaggi e nelle sue mode, da chi la usa per inventare lo slogan dell’anno ad usum della pastorale diocesana? La quaestio de Veritate non appare infine a troppi cristiani come un tema certo indispensabile (e come potrebbe essere altrimenti?), ma in fondo secondario nell’agenda delle priorità pastorali? E quest’atteggiamento non finisce per lasciare il patrimonio dottrinale nelle mani di coloro che – sulla base di esigenze identitarie e feriti dal medesimo analfabetismo degli indifferenti – lo impugnano contro ogni sano tentativo di mantenere viva l’autentica Tradizione?

Il fatto è che non si può amare ciò che non si conosce e, forse peggio, non si può amare ciò che ci si illude di conoscere e che si è pertanto abbandonato come “inutile e noioso”, sulla base di una comprensione infantile e superficiale. Come al tempo del profeta Osea, il Signore fa udire la sua voce: «Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza» (Os 4,6). Chi ha compassione per questo popolo, si prepari adeguatamente e si rimetta ad insegnare. Come Gesù.

Un 1° gennaio da cui ripartire (“Nostro Tempo” 9 gennaio 2022)

Celebrata per la prima volta da san Paolo VI il 1° gennaio del 1968, la Giornata mondiale della pace offre l’occasione per inaugurare il nuovo anno riflettendo sulle modalità utili a contribuire alla realizzazione di questo dono e compito fondamentale.

Frutto della meditazione di due passi tratti dai libri dei profeti Isaia (52,7) e Baruc (3,10-11), che disegnano l’intreccio tra consolazione e desolazione, il messaggio di papa Francesco si apre additando «la speranza di una rinascita» che s’eleva resistendo dalle «macerie della storia». Lacerato dall’incremento delle guerre, dalla diffusione delle malattie e del degrado ambientale, nonché dall’aggravarsi della mancanza di cibo e acqua per diversi popoli, sullo sfondo di «un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale», il nostro tempo continua a guardare alla pace come ad una meta ancora lontana. Se il perseguimento esasperato del proprio interesse a scapito degli altri non può che rinnovare incessantemente i conflitti tra i popoli e tra le persone, il modo in cui non pochi hanno reagito ai tentativi di arginare la pandemia ha mostrato come l’iperindividualismo abbia contagiato il pensiero di chi grida la propria sfiducia nelle istituzioni e nelle competenze assolutizzando opinioni e sospetti fino al complottismo più paranoico. In questo contesto, papa Francesco invita alla pace non solo coloro che, rappresentando gli stati e gli organismi internazionali, possono allestirne l’architettura, ma ogni persona affinché s’impegni in quello ch’egli chiama giustamente l’«“artigianato” della pace».

Rinunciando umilmente ad ogni pleonastica retorica, così come a pedisseque analisi congiunturali, il Vescovo di Roma si rivolge ad ogni donna e ad ogni uomo del nostro tempo, per suggerire «tre vie per la costruzione di una pace duratura» che non possono non colpire l’interlocutore per concretezza e semplicità. La prima di esse intende colmare quello iato tra le generazioni, che l’attuale cultura orientata all’innovazione non smette di scavare tra anziani, quasi costretti a ripiegarsi sulla tutela dell’acquisito, e giovani derubati della prospettiva di un futuro vivibile. In questo contesto, il dialogo tra le generazioni risuona come un imperativo etico tanto per i «custodi della memoria», quanto per coloro «che portano avanti la storia» affinché la ricostituzione di una traditio umana e sociale realizzi quella sostenibilità che soprattutto al giorno d’oggi rappresenta l’orizzonte nel quale si  è chiamati a collaborare per il bene comune. La seconda via indicata da papa Francesco fa tutt’uno con l’esigenza di valorizzare l’impegno per l’istruzione e l’educazione, considerate come «motori della pace», in quanto costituiscono le condizioni di possibilità per quello sviluppo integrale dell’uomo che costituisce una premessa indispensabile per l’edificazione della pace.

Purtroppo, come denuncia fermamente il Pontefice, a fronte di un minaccioso incremento delle spese militari a livello globale, gli investimenti nel pur ampio campo dell’educazione conoscono una drammatica diminuzione, per cui risulta quantomai «opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti». Non vi è chi non comprenda che questa seconda via dipende dalla prima: solo sulla base del dialogo intergenerazionale si possono trovare le risorse per investire a lungo termine sull’educazione di giovani donne e uomini per renderli più consapevoli di ciò di cui l’umanità ha effettivamente bisogno. In caso contrario, i costi per l’istruzione delle nuove generazioni verranno interpretati come mere spese e non come investimenti, quali in realtà sono, mentre ci si arrenderà a ripiegare su di un presente destinato a trapassare.

Per costruire una pace effettiva e duratura, è quindi necessario «promuovere la cultura della cura» nella quale l’essere umano viene educato a riconoscere nella fraternità, che si dedica al servizio degli altri e alla salvaguardia della casa comune, il modo più autentico per onorare la propria umanità.

La terza ed ultima via che il Papa raccomanda di percorrere per costruire la pace è quella dell’assicurazione e della promozione del lavoro. Per quanto sia essenziale come forma dell’«espressione di sé» e della «collaborazione con altri», il lavoro viene oggi minacciato da più parti. Alle difficoltà provocate dalla pandemia di Covid-19 e – su di un altro piano – dall’innovazione tecnologica che minaccia di rendere superfluo gran parte dell’apporto lavorativo umano non qualificato, si aggiunge il fatto che «attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate». In questo contesto, Francesco si rivolge in primis alle realtà imprenditoriali per richiamarle ad armonizzare l’obiettivo del legittimo profitto con le esigenze della responsabilità sociale. Se sono infatti le imprese a creare lavoro, auspicabilmente decente e dignitoso, in secundis la politica non può rinunciare al compito di  promuovere «il giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale».

Riprendere seriamente lo studio della Dottrina sociale della Chiesa per elaborare prospettive creative d’impegno per lo sviluppo umano integrale, costituisce pertanto un compito irrinunciabile da assumersi anche all’alba di questo nuovo anno.

Come possiamo “salvare il Natale” (“Nostro Tempo” 12 dicembre 2021)

Presentando i provvedimenti che il Governo ha deciso di adottare per contenere la diffusione della pandemia, il Presidente del Consiglio ha manifestato l’intenzione di “salvare il Natale”. Per quanto non ci siano dubbi sul fatto che Mario Draghi si stesse riferendo alla dimensione socio-economica della festività, mi pare che quell’espressione comporti una singolare inversione che non può lasciare indifferente chiunque conosca il senso cristiano del Natale.

Nel celebrare la ricorrenza annuale della nascita di Gesù Cristo, la Chiesa contempla con gratitudine il mistero dell’Incarnazione facendo echeggiare nei secoli le parole dell’angelo ai pastori: «vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Festeggiando il Natale la Chiesa esprime dunque la propria gioia per il dono che ci raggiunge nella persona di quel Bambino adagiato nella mangiatoia, che prefigura – come ha intuito Edith Stein, contemplando il Natale alla luce del mistero pasquale – il legno della croce alla quale Gesù fu inchiodato per la nostra salvezza. Per la fede cristiana non si tratta quindi di “salvare il Natale”, ma di celebrare la nascita di Gesù, unico Salvatore: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). Ciononostante l’espressione impiegata dal Presidente del Consiglio, così bizzarra dal punto di vista teologico, ha continuato a ronzarmi nelle orecchie. Vi è forse un senso cristianamente plausibile che si potrebbe attribuire alle parole “salvare il Natale”? Al di là della volontà di salvare gli scambi commerciali sottesi al tradizionale scambio di doni natalizio o la possibilità di onorare il rito antropologico delle consuete riunioni familiari, quell’espressione – debitamente risignificata – potrebbe valere anche per la comunità cristiana intenta a celebrare il Natale nella sua verità. E non intendo nemmeno riferirmi alle proteste volte a salvare il termine “Natale” dalle strategie messe in campo dalla Commissione europea per favorire una comunicazione maggiormente inclusiva all’interno degli organi dell’Ue, suggerendo di sostituire il lessico cristiano con espressioni più generiche che si limitino ad impiegare parole più neutre – ma anche estremamente insignificanti – come “festività”. No, non è su questo piano che si tratta di “salvare il Natale”.

Se queste parole possono risultare cristianamente sensate, lo sono nella misura in cui rinviano ad un’antica dottrina radicata nella sacra Scrittura, le cui tracce sono riconoscibili già nella prassi battesimale della Chiesa delle origini. Mi riferisco al tema della nascita di Cristo nell’anima, il quale – come ha mostrato Hugo Rahner – compare negli scritti dei Padri della Chiesa e dei Dottori medievali, per giungere a maturità nei sermoni dei predicatori domenicani appartenenti alla scuola della mistica renana (Meister Eckhart, Giovanni Taulero ed Enrico Suso). Si pensi al celebre passo in cui san Paolo dichiara: «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20), all’auspicio formulato dall’autore della Lettera agli Efesini (3,17: «che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori») e, in particolar modo, alla fondamentale risposta di Gesù a Giuda, non l’Iscariota: «se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,24). Nel contesto di questa tradizione teologica, s’inserisce ad esempio il celebre sermone sulle “tre nascite” tenuto nel giorno di Natale dal teologo e mistico domenicano Giovanni Taulero. Come san Bernardo di Chiaravalle o san Tommaso d’Aquino prima di lui, il frate predicatore strasburghese richiamava il proprio uditorio a considerare, accanto alla generazione del Figlio dal Padre e a quella nel tempo dalla vergine Maria, anche «la terza nascita» che, secondo Taulero, «avviene quando Dio ogni giorno e in ogni ora nasce veramente e spiritualmente in un’anima buona, mediante la grazia e per amore». Questa nascita divina si realizza nel momento in cui, assecondando il dinamismo della grazia, il credente rientra completamente in sé stesso per poi uscirne rigenerato.

Accorgendosi del vuoto che lo abita ed esprimendo il solo desiderio di appartenere a Dio, l’uomo si dispone a lasciarsi riempire completamente da Lui: «tu devi tacere», ammonisce Taulero, «allora il Verbo di questa nascita potrà essere pronunciato in te e in te essere sentito. […] Se esci completamente da te stesso, senza alcun dubbio egli entra, interamente; egli entrerà né più né meno di quanto tu esci». Questa traduzione in chiave mistica della classica dottrina dell’inabitazione trinitaria per grazia, volta a realizzare in noi quel processo di divinizzazione reso possibile dall’Incarnazione, non ci conduce solo al cuore del cristianesimo significato da sant’Atanasio con le parole: «il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (De incarnatione, 54,23), ma ci permette di comprendere in che senso ogni cristiano sia chiamato a “salvare” il Natale. Acconsentendo alla nascita di Gesù Cristo per grazia nel cuore, ogni credente accoglie la Vita che ha iniziato a donarsi attraverso quella nascita singolarissima dalla Vergine Maria compiutasi a Betlemme. Chi desidera celebrarla effettivamente, permetta a Cristo di nascere nella propria anima.

Un cammino di conversione (“Nostro Tempo” 14 novembre 2021)

«Io penso, e non vorrei essere troppo entusiasta, che questo sia l’avvenimento ecclesiale più importante, più strategico, dopo il Concilio Vaticano II». Con queste inequivocabili parole monsignor Piero Coda, recentemente nominato segretario generale della Commissione Teologica Internazionale da papa Francesco, ha commentato in un’intervista a Vatican News l’apertura del cammino sinodale celebratasi a Roma il 9 e il 10 ottobre. Si tratta di un ampio percorso di ascolto e di riflessione che, procedendo da un’ampia consultazione del Popolo di Dio, porterà nell’ottobre del 2023 alla celebrazione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dedicata al tema Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, per poi confluire nella fase attuativa affidata nuovamente alle Chiese particolari.

Una volta che si sia disinnescato l’equivoco che porta a fraintendere la sinodalità nel senso di un adeguamento della vita ecclesiale al principio di maggioranza che governa le moderne democrazie, per monsignor Coda è necessario comprendere il cammino sinodale alla luce di un’adeguata prospettiva teologica. Poiché l’anima della Chiesa è lo Spirito Santo, il «vero protagonista del Sinodo» non può non essere la stessa Terza Persona della Trinità che opera affinché il Popolo di Dio viva e operi sempre più in conformità  con l’identità ricevuta in dono dal Trinitas Deus da cui ha origine. Uniti alla morte e alla risurrezione di Cristo col Battesimo (cfr. Rm 6,1-14), attraverso la partecipazione all’unico Pane eucaristico, siamo costituiti in un solo Corpo (cfr. 1Cor 10,17): evidenziare la sinodalità della vita e della missione della Chiesa quindi non significa in alcun modo arrendersi alla tentazione di un’autoreferenziale «cosmesi ecclesiale» che giustifichi la comunità cristiana agli occhi del mondo, ma comporta invece un autentico cammino di conversione personale e comunitaria che radichi ancor più il Popolo di Dio nell’esser Corpo di Cristo. Se la Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II ha offerto le fondamentali coordinate ecclesiologiche, l’attuale percorso sinodale costituisce l’occasione più feconda per poter incarnare storicamente la coscienza ecclesiale conseguita dai Padri conciliari sui tre piani distinti, ma strettamente correlati, dello stile, delle strutture e dei processi/eventi.

Si può tuttavia sostenere la tesi della singolare significatività di quest’avvenimento ecclesiale solo a patto di riconoscere al tempo stesso che la Chiesa ha finalmente maturato la concreta esigenza di disporsi affinché, diversamente dal passato, tutti i battezzati possano partecipare pienamente al proprio sviluppo. «Nella Chiesa per lunghi secoli», continua monsignor Coda, «dalla riforma Gregoriana fino al Concilio Vaticano II, per necessità di crescita storica, di maturazione, anche di missione della Chiesa, in un mondo difficile, è prevalsa una visione piramidale, gerarcocentrica. Questo ha impedito spesso che venissero valorizzate tutte le energie dello Spirito presenti nel Popolo di Dio». Impegnarsi per una Chiesa effettivamente sinodale significa allora accogliere l’insegnamento conciliare della vocazione universale alla santità e declinarlo in ordine alla personale corresponsabilità di tutti per la vita e la missione della Chiesa, nella consapevolezza – ribadisce il teologo torinese, non senza suscitare un certo stupore – che «è la prima volta in duemila anni di storia della Chiesa in cui un evento di questo genere è chiamato a coinvolgere tutto il Popolo di Dio». Il risvolto più evidente di quest’aspirazione ad un coinvolgimento della Chiesa nella sua “cattolicità” (dal greco katà olós: secondo l’intero) consiste, pertanto, nell’impegnarsi ad abbandonare quella mentalità clericale che rovescia il senso stesso del ministero pastorale nel tentativo – condotto in evidente contraddizione con la logica evangelica del servizio – di sottomettere il “tutto” ad una “parte”, per quanto qualificata, del corpo ecclesiale.

Come si esprime esplicitamente il Documento preparatorio sulla scia del magistero di papa Francesco: «La Chiesa tutta è chiamata a fare i conti con il peso di una cultura impregnata di clericalismo, che eredita dalla sua storia, e di forme di esercizio dell’autorità su cui si innestano i diversi tipi di abuso (di potere, economici, di coscienza, sessuali). È impensabile “una sana conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio”» (n. 6). Se dal punto di vista dei pastori la sfida consiste certamente nel vincere ogni tentazione di ripiegamento clericale, esercitando il proprio ministero nello spirito della kenosis evangelica, non si deve tuttavia sottovalutare il risvolto che accompagna da secoli questo ripiegamento nello stesso modus vivendi dei fedeli laici. Al clericalismo degli uni corrisponde spesso, almeno nell’occidente cristiano, l’individualismo passivo degli altri che – interpretandosi come meri “consumatori” della fede – resistono ad ogni invito alla corresponsabilità nella vita e nella missione della Chiesa. Si può infatti partecipare alla vita e alla missione della Chiesa se si vive il desiderio di corrispondere personalmente alla grazia battesimale, che nel renderci capaci di ascoltare la Parola, ci abilita ad un tempo all’annuncio. Solo se lo Spirito Santo sarà effettivamente protagonista del cammino sinodale, riusciremo ad avvicinarci a ciò che come Chiesa siamo chiamati ad essere, lasciandoci guarire tanto dalla prepotenza quanto dall’apatia.

Marc Chagall, Exodus (1952-1966) – olio su tela (130×162 cm) – Collezione Privata

L’utopia cambia il nostro sguardo (“Nostro Tempo” 10 ottobre 2021)

A un anno dalla promulgazione dell’enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale Fratelli tutti e in vista della 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani che si terrà a Taranto dal 21 al 24 ottobre, sul tema Il Pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro, vale forse la pena di soffermarsi a riflettere su quella che può essere considerata una coordinata caratteristica del magistero sociale di papa Francesco. Mi riferisco all’utopia, come categoria del pensiero politico.

Se interpreti qualificati ne hanno riconosciuto sostanzialmente il tramonto (si veda, ad esempio, Occidente senza utopie di Massimo Cacciari e Paolo Prodi),  il Papa chiamato «quasi dalla fine del mondo»  – fronteggiando con parresia una delle accuse più ricorrenti al magistero sociale cattolico – non esita a riconoscere il carattere costruttivo dell’utopia per la coesione della polis: «i cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae» (Evangelii gaudium, n. 222). A fronte del disincanto generalizzato nei confronti di un’alternativa effettivamente percorribile rispetto all’assetto politico-economico dominante, determinato dalla volontà di potenza implicita nell’impianto tecno-scientifico impostosi in Occidente, il Pontefice opera un cambiamento del punto di vista. Mentre gli apologeti dell’assetto vigente tendono spesso a squalificare gli appelli del magistero come fossero mere illusioni “utopiche”, una sorta cioè di predicazione che appunto “non avrebbe luogo” nelle reali dinamiche politiche ed economiche, per papa Francesco è proprio l’utopia a sostenere invece la ricerca di una concreta via d’uscita dalle spire di una globalizzazione ancora troppo cinica.

Le sfumature di senso sedimentate nell’angusto spazio di questo termine sono troppe per non dover chiarire il significato ch’esso ha nella prosa dell’attuale Vescovo di Roma. Lungi dall’inserirsi nell’orizzonte dell’utopismo ideologico sviluppatosi tra il XIX e il XX secolo, papa Francesco sembra piuttosto riferirsi alla coscienza utopica che – attraverso le risorse dell’immaginazione ispirata dal desiderio del bene comune – favorisce, ad un tempo, la critica nei confronti dell’assetto esistente e la ricerca di alternative percorribili, per quanto non ancora realizzabili. Come uscire infatti dalla coazione a ripetere dell’indifferenza e dell’individualismo possessivo, senza l’«apertura» offerta dall’utopia, intesa qui come “non-luogo” ironico e paradossale che è tuttavia capace di attrazione in quanto immagine del bene socialmente desiderabile per il futuro? Costituita dall’esercizio congiunto della ragione, del desiderio e dell’immaginazione, l’utopia veniva rilanciata già dal cardinal Bergoglio all’indomani della crisi economica argentina con l’intento di ritessere i legami sociali, al di là degli aspetti paralizzanti della globalizzazione e della logica dell’individualismo competitivo (cfr. Nel cuore dell’uomo. Utopia e impegno, Milano 2013). Procedendo da una concezione antropologica della maturità personale e sociale in cui «la libertà sia pienamente responsabile e basata sull’amore», il cardinal Bergoglio anticipava in altri termini quello che avrebbe riaffermato nel successivo magistero pontifico: «quando non c’è l’utopia, prevale il contingente e ci limitiamo a un’azione tattica o involutiva. Quando prevale l’involuzione, qualsiasi azione sociale e politica verte solo sul soggetto e annulla l’edificazione del bene comune». Quest’ultima, poi, richiede che la comunità sociopolitica viva la tensione tra il polo utopico e quello realistico inerente alla creatività storica.

Tanto da Buenos Aires quanto (e ancor più chiaramente!) da Roma, papa Francesco ha comunque impartito un insegnamento sociale fondato discretamente, ma autenticamente, su di una espressa concezione teologica. Come avvenne molto probabilmente per la stessa Utopia (1516) di san Tommaso Moro, la coscienza utopica corrisponde qui al riflesso storico e politico della speranza teologale nella Beatitudine compresa attraverso la figura giovannea della «Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio» (Ap 21,10). Una prospettiva che esclude radicalmente qualsiasi confusione con l’appiattimento immanentistico del moderno utopismo ideologico. Mi sembra infatti che quest’aspetto sia stato chiarito definitivamente dallo stesso papa Francesco nel Videomessaggio ai partecipanti alla X edizione del Festival della Dottrina sociale della Chiesa (Verona, 26-29 novembre 2020): «vivere la memoria del futuro significa impegnarsi a far sì che la Chiesa, il grande popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, 6) possa costituire in terra l’inizio e il germe del regno di Dio. Vivere da credenti immersi nella società manifestando la vita di Dio che abbiamo ricevuto in dono nel Battesimo, perché si possa fare memoria ora di quella vita futura nella quale saremo insieme dinanzi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Questo atteggiamento ci aiuta a superare la tentazione dell’utopia, di ridurre l’annuncio del Vangelo nel semplice orizzonte sociologico o di farci ingaggiare nel “marketing” delle varie teorie economiche o fazioni politiche».

È la fede in attesa del dono escatologico ad esigere l’apertura offerta dall’utopia e, nello stesso tempo, a sottrarre quest’ultima al ripiegamento – umano, troppo umano – dell’ideologia o della proiezione razionale da realizzarsi esclusivamente attraverso lo sforzo umano, con tutta la violenza ch’esse prima o poi richiedono.