La pace, compito di tutti i credenti (“Nostro Tempo” 12 gennaio 2020)

Era il 1° gennaio 1968 quando san Paolo VI, celebrando la prima Giornata mondiale della pace, inaugurava una nuova e quantomai opportuna consuetudine pontificia. In concomitanza della solennità di Maria santissima Madre di Dio, da quel giorno ogni Vescovo di Roma – rispondendo a quello che lo stesso Papa santo considerava un dovere del Pastore universale – ha inviato ai confratelli nell’episcopato e ai fedeli, ma anche ai capi delle nazioni e a tutti gli uomini di buona volontà un messaggio volto a sostenere e a promuovere le ragioni della pace. Passato forse un po’ troppo inosservato, il messaggio per il 2020 di papa Francesco La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica si è rivelato invece di grandissima attualità ad appena tre giorni dalla celebrazione della relativa Giornata mondiale. Su ordine del presidente USA Donald Trump il generale iraniano Qasem Soleimani è stato ucciso tramite un attacco con drone presso l’aeroporto internazionale di Bagdad. iran-usaInutile dire che l’uccisione dell’alto ufficiale, probabilmente l’uomo più potente della Repubblica Islamica dell’Iran dopo l’ayatollah Ali Khamenei, ha seriamente destabilizzato la situazione del Medio Oriente, con significative ripercussioni a livello globale. Così come è forse inutile osservare che è ricomparso il fondato timore per lo scoppio di una nuova guerra, guarda caso – direbbero i più cinici – nell’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Difesa degli interessi nazionali? Mire imperialistiche? Una combinazione dei due motivi? Non sono certo in grado di determinare gli obiettivi reali della politica estera statunitense e non ho nemmeno mai pensato di farlo, tanto meno in questa sede. Può invece risultare di qualche utilità riprendere il messaggio di papa Francesco, per sottolineare – a fronte della possibilità di un ennesimo conflitto militare – la necessità che i cattolici prendano coscienza del necessario impegno per favorire la pace tra le persone e tra i popoli, testimoniandone la realizzabilità. La settima beatitudine non può in alcun modo essere considerata come il “mandato” affidato ad una parte della Chiesa, eventualmente specializzata nelle manifestazioni pro pace, ma si rivolge indistintamente ad ogni battezzato e, potenzialmente, ad ogni donna e ad ogni uomo: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). È con questa consapevolezza che occorre meditare La pace come cammino di speranza, almeno per rinvigorire le ragioni del proprio cristiano impegno per la pace, all’interno di un contesto epocale segnato tanto dai conflitti di una società sempre più individualistica e competitiva, quanto da quella “terza mondiale a pezzi” già denunciata dal Papa nel 2014. Papa_Francisco_ColombaAncora nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale della pace, l’attuale Successore di Pietro riconosce il diffondersi della violenza che continua a lacerare l’umanità: «La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. […] Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari». Procedendo dalla ferma convinzione della fratellanza umana, letta come espressione dell’unità del genere umano di cui la Chiesa stessa è segno e strumento (cfr. Lumen Gentium, n.1) papa Francesco analizza le motivazioni che portano i popoli a confliggere militarmente: l’«insofferenza per la diversità dell’altro», il «desiderio di possesso», la «volontà di dominio», l’egoismo, la superbia e l’odio che porta ad eliminare l’altro di cui ci è fatti un’immutabile immagine negativa. Le guerre poi vengono alimentate dalla «perversione delle relazioni», dalle «ambizioni egemoniche», dagli «abusi di potere», dalla «paura dell’altro» e dalla «differenza vista come ostacolo». Se è possibile continuare ad operare per la pace in un mondo così configurato, se è ancora possibile sostenere la ragionevolezza di un tale impegno, lo si deve certamente alla fede nel Cristo che ha vinto il peccato e la morte e che – attraverso la speranza di una partecipazione definitiva alla sua stessa Vita – anima dall’interno il desiderio concreto di pace nella storia. È in forza del dono pasquale di Cristo, ricorda il Pontefice, che la Chiesa continua ad accompagnare gli uomini di buona volontà nella «ricerca dell’ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione». 14-Simone-Martini-La-rinuncia-alle-armi-di-S.-Martino-AssisiFa parte di questo servizio che la Chiesa, e in essa ogni battezzato, svolge umilmente a servizio di ogni essere umano il fattivo invito alla conversione dello sguardo che ci si rivolge vicendevolmente (affinché s’impari a vedere sempre nell’altro una persona, un fratello), del modo di gestire l’ambito economico-politico («non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico») e di relazionarci con le risorse naturali, le forme di vita e la terra nel suo insieme. Quest’ultimo aspetto, che il Papa definisce «conversione ecologica», è purtroppo considerato ancora da molti con miope sufficienza, mentre – lo dico proprio in riferimento alla recente crisi USA-Iran – risulta invece del tutto strategico. Credere nella possibilità della pace può essere difficile, ma non è irragionevole o illusorio; la fede ci sostiene nell’impegno per la pace nella storia perché permette di conoscerne la realtà escatologica. Poiché la pace ci attende, possiamo ritenere che sia possibile anche ora. «Non si ottiene la pace» ammonisce papa Francesco «se non la si spera».

Il Crocifisso appeso ai lacci delle scarpe (“Nostro Tempo” 15 dicembre 2019)

04fdcabTra le categorie elaborate per descrivere l’attuale situazione del cristianesimo nelle società occidentali, quella che più di altre sembra svolgere tale compito col minor margine di errore risponde al nome di “post-cristianesimo”. Al di là del comprensibile scetticismo ch’essa può suscitare, ritengo tuttavia che se considerata come semplice strumento interpretativo – e non sopravvalutata come categoria capace di definire pienamente lo spirito-del-tempo (Zeitgeist) – tale espressione possa contribuire a leggere almeno alcuni aspetti della complessa realtà sociale nella quale viviamo. Uno dei vantaggi che la prospettiva dischiusa da quest’espressione comporta, consiste nel carattere dialettico inerente al “post” che precede il riferimento alla religione cristiana. Connotando una situazione o un evento come postcristiano, da un lato, s’intende infatti sostenere che quanto si sta interpretando va a collocarsi in un orizzonte che implica l’oltrepassamento di un quadro comunemente accolto come cristiano. Dall’altro lato, tuttavia, viene allo stesso tempo ribadito che ciò che è così interpretato non può essere compreso senza riferirsi al cristianesimo dal quale proviene e dal quale comunque finisce per prendere le distanze. A questo punto, è forse possibile concretizzare tale dinamica attraverso un esempio che mi azzardo ad interpretare come paradigmatico della condizione in cui – dal punto di vista dell’immaginario socioculturale – viene a trovarsi il cristianesimo nell’attuale passaggio d’epoca che l’Occidente sta attraversando. Mi riferisco ad un prodotto che qualche settimana fa ha riscosso l’attenzione delle testate giornalistiche, se non per il suo valore intrinseco quantomeno per la sua innegabile bizzarria, per certi versi, come minimo irriverente. jEffettivamente si tratta “solo” di un paio di scarpe, ma alquanto singolari. Si tratta degli sneakers Nike Air Max 97, rivisitate dalla MSCHF di Brooklyn attraverso l’aggiunta di elementi cristiani: un crocifisso di metallo tra le stringhe, 60 centilitri di acqua “santa” proveniente dal fiume Giordano racchiusa nella suola, croci stampate sulla soletta e la citazione evangelica «Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare» (Mt 14,25). Queste scarpe, presto chiamate Jesus sneakers, hanno conosciuto un successo “virale”: dagli USA alla Francia, dalle Filippine all’Italia sono diventate oggetto di un’intensa ricerca, fino ad essere vendute nelle aste online intorno ai tremila dollari al paio e ad andare presto esaurite. Alla luce di alcuni approcci analitici sviluppati nell’ultimo mezzo secolo, possiamo mettere da parte le reazioni semplicistiche che oscillano tra la derisione e lo sdegno, per leggere in questo prodotto di consumo un sintomo. Quando si dà un evento, caratterizzato anche da un certo riconoscimento sociale, vuol dire che si sono concomitantemente attuate le condizioni storiche e socioculturali per la realizzazione di tale accadimento. Le nostre società occidentali, in altri termini, risultano ambienti nei quali è stato possibile produrre e commercializzare con successo un paio di scarpe che contiene acqua santa nelle suole e un crocifisso tra le stringhe. Non è forse questo, mi chiedo, un “calzante” esempio di quel che significa il termine “post-cristianesimo”? j2A che cosa fanno segno le Jesus sneakers se non ad un “mondo” in cui i simboli della religione che ha plasmato l’Occidente vengono assorbiti dalle dinamiche del consumismo e ridotti ad “icona commerciale”, ultimo ritrovato delle ricerche dell’ufficio marketing di un provocante brand newyorkese, oggetto di consumo gradito da fan del cristianesimo? Questo paio di scarpe non manifesta simbolicamente come il cristianesimo fatichi a resistere al processo di risignificazione omologante dovuto all’attestarsi della logica culturale del capitalismo che riduce tutto a merce? Per quanto non usuali, questo genere di analisi non sono certo nuove. Quella più celebre risale al 17 maggio 1973 ed è stata pubblicata sul Corriere della Sera a firma di Pier Paolo Pasolini. L’analisi, divenuta celebre, aveva come oggetto lo slogan dei jeans Jesus: «Non avrai altri jeans all’infuori di me». Una strategia di marketing molto efficace, che ha suscitato le «geremiadi» dell’Osservatore romano e la diligente risposta della magistratura. Si trattava evidentemente di reazioni consone ad un altro contesto socioculturale – l’Italia del Concordato Stato-Chiesa negli anni Settanta – che Pasolini non solo delinea con spietato acume, ma di cui fotografa anche il tramonto con sorprendente lucidità. «Il futuro appartiene alla giovane borghesia» leggiamo nella raccolta Scritti corsari «[…] che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio». Pier Paolo Pasolini, Scritti corsariLo slogan dei jeans Jesus, col suo «cinismo», consentiva al poliedrico intellettuale d’annunciare l’imporsi di una decisiva mutazione sociale: con l’imporsi del consumismo, la religione non servirebbe più ai detentori del potere per esercitarlo sulle masse. Che cosa suggeriscono invece i Jesus sneakers nel tempo della globalizzazione neocapitalistica, in cui il consumismo stesso sembra aver assunto i tratti di una religione? È difficile stabilirlo qui. Sembra tuttavia che questo “sintomo” inviti i cristiani a ripensare a fondo la propria posizione nella società, testimoniando ecclesialmente che la fede in Cristo non è in alcun modo riducibile all’attuale religione post-cristiana del consumo.

Chesterton, antidoto contro le ideologie (“Nostro Tempo” 10 novembre 2019)

È quantomeno doveroso riflettere sulle tragiche vicende di Bibbiano. Ma è altrettanto ragionevole adoperarsi per evitare che il dibattito suscitato dall’inchiesta Angeli e demoni venga condotto nel modo adottato da diversi politici. Oscillando tra la recriminazione di parte e la manipolazione strumentalizzante, non pochi esponenti di tal o talaltro partito hanno contribuito ad eclissare le questioni di fondo sollevate dai casi ambientati nella Val d’Enza. Non è però assolutamente accettabile che temi come la tutela dei minori da parte dello Stato o l’assistenza sociale alle famiglie in difficoltà vengano ridotti a slogan propagandistici, da lanciare contro l’avversario politico in uno dei tanti talk shows televisivi. È pertanto necessario porsi in ascolto di altre voci, libere dalle tiranniche esigenze della comVescovipetizione politica. Si pensi qui, ad esempio, ai commenti dell’episcopato emiliano come le interviste del vescovo di Reggio Emilia, mons. Massimo Camisasca, o al recentissimo intervento dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, il quale ha espresso cinque “no” – alla strumentalizzazione politica, al discredito ideologico della famiglia tradizionale, alla superficialità dei provvedimenti di allontanamento dalle famiglie naturali, al discredito di assistenti sociali, giudici e operatori sanitari, al discredito delle case-famiglia e delle famiglie affidatarie – e un grande “sì” verso i bambini. Alcuni mesi prima, intervistato da Radio Vaticana Italia, mons. Camisasca aveva così evidenziato una delle questioni emerse in modo drammatico dal caso Bibbiano: «Dobbiamo piuttosto preoccuparci dei trend culturali e dei trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire” la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La contestazione ideologica del ruolo educativo della famiglia, ad esempio, ritorna a più riprese nella storia del pensiero occidentale. È ovviamente impossibile tracciarne qui il benché minimo profilo; ciononostante può forse essere istruttivo considerare un piccolo episodio. Mercoledì 27 novembre 1935: l’emittente radiofonica BBC trasmette una curiosa conversazione tra due illustri intellettuali inglesi (tradotta in italiano da Annalisa Teggi per Rubbettino nella raccolta Radio Chesterton. Dai microfoni della BBC). bertrand-russell-02Da un lato, il filosofo Bertrand Russell sostiene apertamente che «i genitori siano inadatti per natura a crescere i loro figli» e che – pur senza ritenere che altri siano per natura adatti a farlo – sia meglio affidarli alle cure di professionisti all’interno di asili organizzati. Dall’altro lato, lo scrittore Gilbert Keith Chesterton non esita a ribattere – smascherando l’irragionevole esito sotteso all’apparente razionalità dell’avversario – che egli, in realtà, non farebbe altro che suggerire di «pagare un certo numero di impiegati che fingeranno di avere quel genere di interesse verso i bambini che, di fatto e per qualche misteriosa misericordia di Dio cum Natura, voi e io abbiamo sperimentato nel rapporto con i nostri genitori per legge naturale». Screditare ideologicamente i genitori quanto all’arduo compito dell’educazione dei propri figli equivale, per colui che è stato definito a ragione “il principe del paradosso”, a comportarsi come «quel pazzo che va in giardino sotto la pioggia battente e tiene un ombrello aperto sotto le piante che annaffia». In entrambe i casi si tratta di sostituire quanto è stato disposto da “Dio cum Natura” con una soluzione artificiale che risulta inadeguata e insufficiente, al limite del ridicolo. Ovviamente Chesterton è pienamente consapevole che il discredito ideologico, sotteso alle argomentazioni di Russell, ha conseguenze incommensurabilmente più traumatiche rispetto al bizzarro comportamento del pazzo nel giardino. chesterton-2L’inventore di “Padre Brown” conduce infatti il suo avversario ad ammettere che sia «assolutamente necessario», particolarmente nel caso delle madri della classe operaia, «fornire, con un atto del Parlamento, dei poteri dispotici agli asili affinché prendano i bambini che vogliono loro, tanti o pochi che siano, cioè che sequestrino i bambini». L’abilità retorica di Chesterton riesce a mettere in luce quella conseguenza che la logica del filosofo tardava ad asserire, ossia che dall’affermazione “assoluta” dell’inabilità dei genitori ad educare i propri figli discende inesorabilmente la tentazione di riconoscere a qualcuno il potere dispotico di “sequestrare” quegli stessi bambini in nome di una educazione migliore. Una delle questioni su cui occorre vigilare, nell’analisi dei “trend culturali e dei trend ideologici” che una teologia della famiglia finalmente aggiornata dovrebbe essere in grado di compiere, riguarda quindi il legame che viene quasi inevitabilmente a crearsi – come Chesterton ha fatto abilmente emergere dalle considerazioni di Russell – tra il sospetto ideologico che grava sui genitori e il tentativo d’introdurre surrogati educativi che pretendono di sostituirsi a forza di leggi positive a quanto disposto da Dio attraverso le umane dinamiche generative. Se per Russell, tornando al 1935, un’infermiera manifesterebbe molto probabilmente più dedizione di una madre, Chesterton non teme di dichiarare: «mi assumo la responsabilità di dire che» – per quanto esistano certamente madri ubriache o criminali, ciniche o scettiche – «la stragrande maggioranza delle madri mostra tutti gli istinti normali; per lo meno, tutte le madri che conosco sono costantemente impegnate a seguire i figli con intensa lealtà». Il breve scambio trasmesso dalla BBC, più di ottant’anni, fa è solo un esempio letterario. Eppure, può aiutarci a decifrare almeno una parte di ciò che è emerso dalle sofferte cronache di Bibbiano.

Una sfida pastorale per la Chiesa in uscita (“Nostro Tempo” 13 ottobre 2019)

Ideare il piano pastorale di una diocesi o di una parrocchia richiede attualmente un dispendio di creatività non indifferente. Si tratta, infatti, di rispondere – in modo possibilmente non scontato – alle molteplici esigenze di una comunità molto più differenziata e composita di quanto non sia estesa dal punto di vista numerico. Se a questo si aggiungono le urgenze dettate dal doveroso impegno della “Chiesa in uscita” (tanto per l’annuncio, quanto per il servizio), appare piuttosto chiaro che il compito di architettare una proposta pastorale coinvolgente e il più possibile completa risulti quantomeno complesso. In ogni modo, poiché lo Spirito Santo anima il corpo della comunità cristiana, ognuna delle sue membra è chiamata a corrispondere a quel dono di vita testimoniando la propria appartenenza a Cristo. IX modoSi tratta, in altri termini, di intraprendere quel peculiare “cammino insieme” (syn-odos) che richiede di pensare – ad ogni tappa significativa del percorso comune – come armonizzare le idee, le parole e le azioni per testimoniare il Vangelo, sperando di esperire nuovamente quell’unanimità e quella concordia di cui parlano gli Atti degli Apostoli (4,23). È così un realistico senso dello scorrere del tempo, a far sì che ogni anno si inviti la comunità a concentrare la propria attenzione su uno dei molteplici aspetti dell’esistenza cristiana, secondo formule più o meno adeguate ai soggetti e alle circostanze. Se però si vuole che questa situazione risulti effettivamente feconda, ritengo che sia quantomeno auspicabile cercar d’individuare una sorta d’infrastruttura teologica che consenta di articolare dinamicamente il cammino della comunità, scongiurando l’ostacolo della frammentazione dei percorsi e delle iniziative. Nella Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, papa Francesco si è espresso con parole che non possono certo essere confinate nei fugaci limiti di un evento: «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia» (MV,10). Sulla base poi del testo fondamentale di Mt 25,31-46, il successore di Pietro ha invitato a riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale per «aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali» (MV,15). Se le opere trinitarie della creazione, della redenzione e della santificazione – come si può documentare attraverso la teologia di san Tommaso d’Aquino – sono espressioni della divina misericordia e se siamo chiamati da Gesù stesso ad essere misericordiosi come il Padre (cfr. Lc 6,36), allora si può ben dire che l’esercizio delle opere di misericordia costituisce non una devozione tra le altre, ma la via fondamentale per articolare la sequela Christi sul piano personale e comunitario. Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_(1607,_Naples)Se si accettano queste premesse, è possibile ripensare le dodici opere di misericordia – tutte capaci di rigenerare legami interpersonali secondo la logica del dono – come elementi del basso continuo che accompagna il succedersi dei piani pastorali. «Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti», così come «consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti» costituiscono allora, ad un tempo, una mappa e un programma. Considerando le persone dal punto di vista del corpo, così come da quello dello spirito, la tradizione delle opere di misericordia ci offre una mappa per orientare l’intelligenza verso il riconoscimento delle necessità di coloro che incontriamo e per comprendere come rispondervi. Quello che sembra un mero elenco, emerge invece dalla sacra Scrittura – letta nella tradizione della Chiesa – per offrirci un programma che risuoni, nelle fratture dell’attuale passaggio d’epoca, come un appello capace di persuadere all’azione sia le singole membra, sia l’intero corpo ecclesiale. Per quanto non siano mai sufficientemente realizzate, le opere che risultano più comprensibili e quindi più raccomandate sono probabilmente quelle di misericordia corporale, non da ultimo per l’urgenza che caratterizza i bisogni ai quali invitano a rispondere. La comunità cristiana, attraverso la dedizione delle persone e l’impegno delle associazioni, opera da secoli sui fronti menzionati da quelle sette opere (e non solo), coinvolgendo nel servizio anche coloro che non professano la fede cattolica. Ma perché l’esercizio della misericordia si rivolga effettivamente alle donne e agli uomini che incontriamo, non basta – per quanto sia improrogabile – occuparci delle necessità che attengono al corpo, ma occorre prendersi cura delle ferite dello spirito. chagall-filsprodigue-grande-largeIn tempi di analfabetismo religioso e funzionale, di lacerante solitudine, di sgretolamento delle certezze condivise, di competizione e di diffusa autoreferenzialità narcisistica è necessario riportare l’attenzione sulle opere di misericordia spirituale. Non solo perché appartengo all’Ordine dei Predicatori, che esiste per esercitare la misericordia veritatis, ma perché appartengo all’umanità e a Cristo non posso non invitare ogni battezzato – e in via di principio ogni essere umano – alla pratica delle opere di misericordia spirituale, superando l’antico pregiudizio che tende a riservarle al clero, lasciando ai laici le più immediate cure del corpo. Come ha scritto Luciano Manicardi, Priore del Monastero di Bose, «in questi tempi difficili, richiamare la tradizione delle opere di misericordia significa cogliere la carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio» (La fatica della carità, p. 198).

VELUTI SI DEUS DARETUR. Su teologia e università in Italia oggi

Un rifugio di verità. Hannah ArendtÈ in questi termini che, all’interno di una celebre riflessione sul rapporto tra verità e potere politico, Hannah Arendt pensa l’università. Prendendo spunto da questa intuizione, Juan Carlos De Martin – professore al Politecnico di Torino e autore del bel libro Università futura (2017) – aggiunge che in un contesto democratico il senso dell’università consiste nel “dire verità”. Un compito al quale la comunità accademica sarebbe obbligata proprio in forza di quelle garanzie di autonomia e di libertà che le sono dovute in quanto istituzione finalizzata al servizio della preservazione, della trasmissione e dell’incremento del sapere. Per realizzare questa triplice finalità, secondo De Martin, l’università è chiamata innanzitutto a riscoprire le sue radici, adattandole alle sfide della contemporaneità, per aprire orizzonti multi/transdisciplinari capaci di affrontare le complesse problematiche attuali, che non possono essere risolte nei confini angusti della – per tanti versi irriducibile – iper-specializzazione disciplinare. Si tratta quindi, per l’università, di riappropriarsi di quel peculiare assetto istituzionale che, generatosi nel medioevo all’insegna della celebre espressione universitas magistrorum et scholarium, non può essere forzatamente costretto nel quadro dei parametri aziendalistici imposti dai dogmi, per altro sempre più inaffidabili, dell’epoca neoliberista. A meno che non si voglia consapevolmente sottomettere la trasmissione e l’ampliamento del sapere, per non dire della stessa ricerca del vero, ai criteri imposti dai “mercati” che tendono a orientare tanto le proposte dell’accademia aziendalizzata, quanto le aspirazioni degli studenti sempre più considerati e spinti a considerarsi come clienti. Per incamminarsi, da un lato, verso una sempre più necessaria visione d’insieme che tenda all’unità dei saperi, senza anestetizzarne le differenze costitutive e per resistere, dall’altro lato, al riduzionismo istituzionale imposto dalle logiche neoliberiste complici dell’impianto tecnocratico, occorre a mio avviso ritrovare la fiducia nella capacità di conoscere il vero che ha permesso a studenti e a maestri di accorparsi per dar vita alla prima comunità universitaria. Solo l’amore per la verità, e non la ricerca dell’utile che deriva dalle ricerche più disparate, può animare quell’avvincente avventura del pensiero orientata all’universitas studiorum, ossia alla costituzione di quel singolare “volgersi verso l’unitotalità degli studi” che diviene istituzione per continuare nel trapassare delle generazioni. Sepolcro_di_matteo_gandoniAll’interno dell’auspicata ripresa delle radici e nel contesto dell’irrinunciabile tensione verso l’unità dei saperi, se consideriamo in particolare le università italiane – mettendo tra parentesi qualche rara eccezione – non può non attrarre l’attenzione la traccia eloquente di un’assenza. Mi riferisco evidentemente alla facoltà di teologia, esclusa dall’ordinamento universitario italiano con legge del 26 gennaio 1873. Sono quindi quasi centocinquant’anni che la teologia in Italia vive in una condizione di pressoché totale isolamento rispetto agli altri saperi, facendo il paio – per altri versi – col sempre più evidente analfabetismo religioso che, anche in ambito accademico, impedisce di pensare adeguatamente il cristianesimo in quanto aspetto determinante del pensiero occidentale. Se per ragioni dettate tanto dalla laicità dello stato, quanto dallo statuto ecclesiale della scienza teologica, la relazione tra università e teologia in Italia non può essere istituzionalmente spinta oltre il limite di un rispettoso “vicinato”, non si è per questo costretti a dimenticare le opportunità di un dialogo tra la riflessione scientifica sulla Rivelazione e i saperi acquisiti dalle sole forze della ragione. Diversi sono i vantaggi che ne derivano. Faculty_of_Theology_(personification)-1La teologia, infatti, studiando Dio in Cristo come origine e fine di tutte le cose, sostiene la ragionevolezza di una ricerca delle relazioni tra i saperi in vista di un’unità sottesa, ma non ancora manifesta; richiede alla ragione di confrontarsi con il sapere dell’Altro che l’aiuta ad ampliare i propri confini e ad occuparsi delle domande, ad un tempo, più alte e radicali ; custodisce infine, con fondato realismo, l’esigenza di onorare la dignità della persona umana e di perseguire il bene comune. Per converso la teologia, ossia – com’ebbe a dire Gilbert K. Chesterton – quell’aspetto della religione che fa uso del cervello, non può che trovare nel dialogo con i saperi coltivati nelle università stimoli indispensabili per il suo aggiornamento e per il perfezionamento delle sue stesse conoscenze. Senza la teologia, infine, ogni singola disciplina rischia di “divinizzare” il proprio oggetto di studio e i propri metodi; senza gli apporti – anche e soprattutto critici – dei saperi, la teologia rischia di isolarsi riducendosi ad animare “scuole professionali per preti”. Rispetto ai grandi interrogativi suscitati dalle recenti scoperte tecno-scientifiche, dall’incontro tra le culture favorito dalla globalizzazione o dalle crisi economiche ed ecologiche, che riaprono la questione de homine in termini inediti, privarsi del confronto con la teologia costituirebbe una scelta quantomeno irragionevole. È per questo che, con sensibilità post-moderna, non posso che riproporre agli universitari la sfida lanciata all’occidente secolarizzato dall’allora cardinal Joseph Ratzinger nel discorso di Subiaco L’Europa nella crisi delle culture (2005), ripresa poi col nome di Benedetto XVI nella forma di un singolare appello rivolto ai “non credenti” (2012). E non certo perché l’odierna universitas magistrorum et scholarium sia costituita solo da costoro, ma perché – come ha ben mostrato Brad S. Gregory ne Gli imprevisti della Riforma (2014) – la grande maggioranza delle università occidentali sono ormai giunte, pur attraverso un travagliato percorso storico, ad escludere in radice il sapere rivelato ut sic dal proprio orizzonte. studenti uniboAffinché l’università continui tuttavia ad essere una comunità orientata dalla ricerca del vero, capace di trasmettere ed ampliare i confini del sapere in modo tendenzialmente unitario, occorre avere il coraggio di invitare docenti e studenti a “pensare” «veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse». È questo il compito che, nel tempo della secolarizzazione della conoscenza, le facoltà di teologia italiane – pur attestandosi accademicamente all’esterno del perimetro universitario – possono e, nei limiti del possibile, devono portare avanti in dialogo con i docenti e gli studenti delle università degli studi.

[Pubblicato parzialmente col titolo Teologia, in Italia Facoltà «isolata» ne La pagina dei saperi. Atenei territorio comunità del settimanale diocesano torinese La voce e il Tempo, 26 gennaio 2019].

Osservazioni inattuali sui provvidenziali paradossi della “carità illegale”

All’epoca delle polemiche suscitate dal gesto dell’elemosiniere apostolico, cardinale Konrad Krajewski, responsabile di aver riallacciato la corrente elettrica di un edificio romano occupato abusivamente, non mi soffermai più di tanto sulla teoria dei commenti. Lo considerai un gesto certo eclatante, compiuto da una persona capace di sorvolare sui dettami dell’etichetta e del protocollo ecclesiastico per intervenire a favore di persone in situazione di grave necessità, attraverso un gesto di sorprendente umanità. Un’azione concreta, certo, ma connotata da un innegabile valore simbolico. Si è trattato infatti di un estremo appello a favore dei molti ultimi della Città eterna, reso ancor più efficace da quell’illecita effrazione dei sigilli di un contatore dell’energia elettrica. Dagli inviti a pagare personalmente le bollette alle accuse di favoreggiamento dell’occupazione abusiva, dalle proteste per l’ingerenza di un ministro di uno stato estero agli esposti in procura, le scandalizzate reazioni critiche si sono moltiplicate soprattutto – e non poteva essere altrimenti – negli ambienti e sui media che gravitano attorno all’attuale destra di governo. Nihil sub sole novum… direbbe Qoelet! Non vi prestai più attenzione, consolandomi forse con la rapida, ma gustosa, lettura delle dichiarazioni fatte a favore dell’umile porporato che non era rimasto indifferente all’appello di chi – stando alle sue parole – aveva saputo essere in condizione disperata. Non avrei quindi deciso di mettere per iscritto queste riflessioni, se non fossi incappato in un “pezzo” de Il Giornale dal titolo doppiamente fuorviante: “La carità illegale divide la Chiesa“. Sulla divisione ecclesiale… che dire? Si tratta del solito attacco a papa Francesco, il cui modo di interpretare il ruolo di successore di san Pietro minerebbe la coesione della Chiesa, quando – a mio modesto parere – sono piuttosto coloro che lo accusano in questo modo ad operare contro l’unità del Corpus Christi quod est Ecclesia. Col pretesto di “richiamare” il Pontefice (Prima Sedes a nemine iudicatur!), si cerca infatti di esasperare le inevitabili tensioni intrinseche ad ogni serio tentativo di maturare risposte pastorali all’altezza del Vangelo. papa-francesco-pastorale.jpgCol fine, più o meno esplicito, di trasformare le diffuse fatiche a vivere cattolicamente nell’attuale contesto socio-culturale fortemente secolarizzato in un confuso disorientamento che – così sembrano desiderare i critici del Papa – costituisca l’utile preludio ad un ripiegamento anacronistico ed autoreferenziale, orientato a separare la Chiesa dalla più ampia umanità. Che partiti e sodali mediatici tentino poi di inserirsi in queste dinamiche intra-ecclesiali per il proprio interesse elettorale, non è che un’ennesima replica di un deprimente spettacolo già visto troppe volte nella storia. Ma ciò che mi ha più dato a pensare riguarda la prima parte del titolo, l’ammiccante ossimoro teologico della carità illegale”, seguito dalla presunta ortodossia dottrinale e filosofica con cui un osservatore citato nel corpo del “pezzo” definisce il gesto dell’elemosiniere pontificio come espressione di una “carità irragionevole e qualunquista [che] non è carità”. Mettendo tra parentesi la valutazione dell’operato del cardinal Krajewski e le opinioni di sedicenti bussole “fatte per la verità” (quale non è chiaro… e, se ciò non bastasse, pure “quotidiane”!), non ho potuto non chiedermi: vi può essere un atto di carità illegale o irragionevole? E’ poi vero che se fosse tale, rispetto alle leggi statale e alla ragionevolezza del cosiddetto comune buon senso, non sarebbe carità? Quid est caritas? Si tratta innanzitutto dell’amore con cui Dio ama e con il quale l’uomo in grazia ama Dio, se stesso e il prossimo a motivo di Dio. Come osserva san Tommaso d’Aquino: “l’essenza divina è per sè stessa carità, come è anche sapienza e bontà. […] la carità con cui amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina” (ST II-II, q. 23, a. 2, ad 1m). san-tommaso-daquinoSe parliamo di carità, quindi, essa non può che trovarsi in armonia con la ragione, pur oltrepassandola in se stessa a motivo del fatto che la ratio è anch’essa una partecipazione creata dell’intelletto divino, così come la legge naturale è una partecipazione della Legge eterna. Ciò che è “naturale” è infatti ordinato al “soprannaturale” e non è chiamato in nessun modo a costringerlo nei suoi limiti, ma piuttosto s’invera nel lasciarsi docilmente orientare dal Fine ultimo che – lungi dal distruggerlo – lo porta a pienezza. Ascoltiamo ancora l’Aquinate: “Siccome la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona, la ragione deve servire alla fede, come anche l’inclinazione naturale della volontà asseconda la carità” (ST I, q. 1, a. 8, ad 2m).

La storia dell’umanità è tuttavia ferita dagli effetti del peccato originale, nonché oppressa dal peccato dei singoli e dalle strutture di peccato a livello sociale. Si dà quindi frequentemente il caso che i legislatori promulghino leggi positive, forse corrispondenti all’opinione di molti, ma non per questo meno lontane dalla legge naturale e dalla “norma di tutti gli atti umani” che è la carità. Si pensi alle molteplici e delicate questioni bioetiche o all’attuale recrudescenza nei confronti dei migranti, un vero e proprio core business elettorale delle riemerse compagini politiche xenofobe e nazionalistiche,. Ricorsi storici, quest’ultimi, prodotti – per i processi di una più che puntuale eterogenesi dei fini – dalla disumanità della globalizzazione neoliberale che, con l’appoggio di tante blasonate “sinistre”, ha aggravato il tasso mondiale di diseguaglianza, annichilito la classe media e reso quasi insostenibile il welfare. Il problema della disoccupazione o di un’occupazione che lascia in condizioni di povertà, l’incapacità di gestire l’integrazione culturale ed un certo relativismo etico accompagnato da un sempre più sostenuto individualismo proprio delle società consumiste occidentali hanno permesso che si individuasse nel migrante irregolare, soprattutto se musulmano, il capro espiatorio ideale per raccogliere il consenso di molti, forse tanto estenuati dall’attuale passaggio d’epoca da non pensare ai reali responsabili della propria condizione di fatica. Da America first!Prima gli italiani, si è così creato il fronte ideologico dell’ipseità nazionalistica e – nel desiderio di alcuni – religiosa, a scapito di altri… Così Trump allestisce una sorta di “caccia ai migranti clandestini” condannata dal presidente dei vescovi USA cardinal Daniel DiNardo, mentre alle uscite spesso retoriche – ma non per questo meno nocive TSper la qualità relazionale della società – del ministro Salvini  reagiscono perfino le monache di clausura con un fermo appello ai presidenti Mattarella e Conte. Sono illegali e irragionevoli quei cattolici che, in nome della carità, proteggono i migranti dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement al servizio del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti? E lo sono quei sacerdoti torinesi che accolgono i migranti intenti ad attraversare il confine con la Francia, attraverso le Alpi? E quelle suore e quei preti che a Washington sono stati arrestati per aver manifestato contro il trattamento riservato dal governo Trump ai migranti, in quanto giudicato contrario agli insegnamenti della Chiesa Cattolica? Non sono un magistrato per cui non esprimo pareri in termini giuridici, ma da teologo sono evidentemente interessato a capire se la circostanza dell’illegalità a fronte delle leggi statali impedisca ad un atto di carità di essere tale. Avendo già posto le premesse perché il lettore tragga da sé la conclusione, non procederò oltre… preferendo piuttosto lasciarmi istruire dalla strategia adottata da GGIUSEPPE_GIROTTI_O.Pesù nei confronti della domanda del Dottore della legge che lo aveva incalzato con la domanda: “E chi è mio prossimo?” (Lc 10,29), vorrei rispondere con un racconto. O meglio, con un accenno alla biografia del beato Giuseppe Girotti O.P., morto martire a Dachau il 1 aprile 1945, dove era stato rinchiuso “per aver aiutato gli ebrei” (cfr. contributo video). Presbitero domenicano, specializzatosi in Sacra Scrittura all’École Biblique fondata da p. J.-M. Lagrange O.P. a Gerusalemme, padre Girotti ha vissuto la propria vita religiosa insegnando ai giovani confratelli e cercando di aiutare personalmente e discretamente gli ultimi che incontrava. Dopo l’armistizio con le forze alleate e la costituzione della Repubblica sociale italiana, la discriminazione razziale nei confronti degli ebrei inaugurata con le leggi del 1938 divenne persecuzione. Il 7° punto del Manifesto di Verona (14 novembre 1943) redatto dagli esponenti del nuovo Partito fascista repubblicano dichiarava i membri della razza ebraica come stranieri e, in condizione di guerra, come nemici. Mentre le truppe nazifasciste imperversavano nel centro e nord della penisola, il 30 novembre dello stesso anno il ministero dell’Interno ordinò alla polizia di arrestare ed internare nei campi di concentramento gli ebrei di qualsiasi nazionalità. Padre Girotti, in queste condizioni, si dedicò segretamente al soccorso degli ebrei, facendone ospitare qualcuno nei locali ad uso dei frati o favorendone l’espatrio pur a costo di grandi rischi. Ricordiamo qui solo una delle azioni evidentemente illegali compiute dal domenicano. Pienamente consapevole del significato del proprio operato, padre Girotti – intorno al 15 settembre 1943 – accompagnò fino ad Arona, sul Lago Maggiore, la nipote del rabbino Deangeli di Roma, allora residente ad Alba, paese natale del frate predicatore. GirottiA motivo di questo ed altri gesti di concreto aiuto nei confronti di coloro che erano stati dichiarati “nemici”, padre Girotti venne arrestato il 29 agosto 1944, a Torino, dalla polizia fascista che gli tese una trappola escogitata propria sulla base della generosità dimentica di sé del religioso domenicano. Seguì il carcere alle “Nuove”, il trasferimento a S. Vittore (Milano), quello al campo di concentramento di Bolzano per poi venire rinchiuso definitivamente nel lager di Dachau – blocco 26 (la baracca destinata agli ecclesiastici). La Chiesa lo ha beneficato il 26 aprile 2014, nella sua Alba, dopo averne riconosciuto il martirio della fede e della carità. La motivazione? Fu paradossalmente scritta nella scheda personale del detenuto, contenuta nel registro del campo tedesco: “Verhaftungsgrund: Unterstützung am Juden” (Ragione dell’arresto: aiuto agli ebrei). Un dato di fatto motivato ancora più a fondo da ciò che dichiarò – lasciando, per una volta, intravvedere il segreto della sua vita interiore – al suo priore, che gli chiedeva ragione dei suoi frequenti ritardi: “Tutto quello che faccio è solo per carità”.

Dovrebbe essere chiaro che il beato Giuseppe Girotti visse “illegalmente” la sua intensa carità, almeno per quelle che erano le pur discutibilissime leggi dell’epoca. Non si tratta certo di paragonare il sovranismo populista contemporaneo al regime nazifascista o di istituire inaccettabili paralleli tra la Shoah e il “primatismo” nostrano, ma è vitale comprendere che in nessun senso si può denigrare gli atti di carità, quand’anche violassero le leggi dello stato od oltrepassassero i limiti di una ragione, di fatto, “separata”, anche quando discetta di un sapere dichiaratamente teologico come la Dottrina sociale della Chiesa. Il cui Compendio afferma chiaramente che “Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità” (n. 207). 07-Buon-Samaritano-Van-Gogh1Un fermo invito dunque che risuona con i tratti delineati da san Giovanni Paolo II, il quale tra l’altro sosteneva con forza: “La carità accesa da Cristo nel mondo è amore senza limiti, universale. La Chiesa testimonia questo amore che supera ogni divisione fra individui, categorie sociali, popoli e nazioni. Reagisce contro i particolarismi nazionali che vorrebbero limitare la carità nelle frontiere di un popolo. Con il suo amore aperto a tutti, la Chiesa mostra che l’uomo è chiamato da Cristo non solo ad evitare ogni ostilità all’interno del proprio popolo, ma a stimare e amare i membri delle altre nazioni e gli stessi popoli come tali” (Udienza generale, 3 giugno 1992). Solo una condotta animata dalla carità nella verità, in definitiva, può prendersi cura di “altri”, continuando a custodire il “proprio”, evitando così di alimentare l’anarchia intrinseca al conflitto sociale e favorendo una rinnovata fraternità. Anche al prezzo di “disobbedire” – responsabilmente ed in modo circostanziato – a qualche legge… un atteggiamento che non dovrebbe certo “dividere la Chiesa”!

NON “BACI”, MA OPERE DI BENE!

Prima l’Italia! Il buon senso in Europa. Questo il titolo della manifestazione leghista di sabato 18 maggio in piazza Duomo a Milano, che ha avuto come protagonista il ministro dell’interno Matteo Salvini. Dopo gli interventi di gran parte dei sovranisti europei, il “capitano” della Lega ha concluso il proprio discorso richiamandosi al magistero di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ricordando a papa Francesco di aver ridotto le morti nel Mediterraneo, raccomandandosi ai sei patroni d’Europa e affidando la propria impresa politica al Cuore Immacolato di Maria. Non contento di questa coda omiletica, il Salvini_Bacioleader leghista ha brandito il rosario e lo ha innalzato al cielo per poi baciarlo platealmente, a favore di fotocamera. Dove starebbe il sedicente “buon senso” in questa inaudita conclusione di una manifestazione preelettorale? Molti si sono scandalizzati per l’evidente strumentalizzazione politica dell’ampio riferimento religioso, altri si sono schierati per la legittima difesa delle (misconosciute) radici cristiane dell’Europa. Se la strumentalizzazione è evidente per le circostanze dell’invocazione e se il radicamento europeo nella tradizione cristiana non può essere negata, la retorica religiosa salviniana ha piuttosto mirato a collocarsi nella faglia che si è aperta in una certa parte del cattolicesimo italiano (più “anagrafico” che “confessante”) a fronte dell’insegnamento e ai gesti di papa Francesco. Da sempre prossima per alcuni aspetti al cattolicesimo intransigente, se non lefebvriano, la Lega si propone oggi come la sola realtà politica – al di là del contiguo neofascismo di CasaPound – che difende la Weltanschauung tradizionalista nel nome del nazionalismo italico. Per chi identifica senza sfumature i processi di migrazione con l’islamizzazione e l’attuale politica europea sui diritti civili con la decostruzione della famiglia tradizionale, per chi sostiene che il vero papa sia ancora e sempre il Benedetto XVI dei media (ben lontano da quello reale) e non comprende il senso del magistero di papa Francesco (forse sempre a motivo dei media), le parole di Salvini possono essere scambiate per quell’attesa apologetica cultural-religiosa che non è più praticata diffusamente dalla celebrazione del Concilio Vaticano II e che probabilmente – almeno così come l’immaginano certi catto-leghisti – non è mai esistita. Nell’attuale congiuntura, quest’urgenza di difendere i bastioni – sopravvissuta forse ai margini della vita della vita ecclesiale – sarebbe tuttavia considerata dall’episcopato italiano come un ostacolo al Vangelo, annunciato in modo molto più efficace dall’impegno concreto sul molteplice fronte della misericordia interpretato nella luce della verità che è Cristo. È questa la linea che papa Francesco ha indicato nel discorso per il Conferimento del Premio Carlo Magno, a motivo dei Rosarioparticolari meriti in favore dell’integrazione e unione in Europa, riguardo all’impegno per aggiornare l’umanesimo nella capacità d’integrare. Un’indicazione che traspare dal riferimento a L’Idea d’Europa (1955) di Erich Przywara SJ, dove leggiamo quanto segue: «Il “servizio di un’Europa cristiana” intesa come “occidente cristiano” consiste quindi nel compiere, con Cristo e in Cristo, l’unica “diaconia dello scambio che salva”. Cioè, secondo il senso letterale della parola diaconia, essere l’unico “messaggero e servitore di tavola”, per “invitare” e “servire” un mondo “senza Cristo e senza Dio” al “banchetto di nozze del figlio del Re” (Mt 22,1-2). […] una vera e nuova “Europa cristiana”, intesa come “occidente cristiano”, può consistere unicamente nel fatto che noi cristiani, con il “Cristo amico e commensale dei peccatori” (Mt 11,19), diventiamo sinceramente “amici dei peccatori” e concretamente “ci sediamo a mensa con loro” per essere così solo cristiani “come Cristo” che “non distrugge i propri nemici” (Cfr. Is 42,3 e Mt 12,20), ma che invece “assume su di sé, porta e toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29)»[1]. Rispetto alla diakonia come modo di abitare cristianamente l’Europa, Salvini mira invece a conquistare il voto di chi, non comprendendo la cattolicità del pontificato di Francesco, lo critica o addirittura lo rifiuta preferendo chiudersi nei confini angusti e autoreferenziali dell’egoismo nazional-populistico. Anche in campo religioso la politica del “capitano” della Lega guarda così ai voti degli scontenti, offrendosi come occasione di rivalsa di questi ultimi rispetto a quella gerarchia che essi considerano latitante sul fronte della difesa delle radici cristiane proprio nel bel mezzo di quello ch’essi considerano un vero e proprio assedio all’identità.

L’arcivescovo di Bordeaux cardinal Paulin Andrieu – il 25 agosto 1926, nel difficile passaggio d’epoca rappresentato dal primo dopoguerra – scriveva una lunga lettera nella quale denunciava i tanti errori che riconosceva nella visione del movimento nazionalista e tradizionalista (nonché antisemita) dell’Action française. Tra questi ne ricordo solo due: «cattolici per calcolo e non per convinzione, i dirigenti dell’Action française si servono della Chiesa, o almeno sperano di servirsene, ma non la servono, poiché essi ripudiano l’insegnamento divino, ch’Ella ha la missione di propagare»; «la ragione di CondamnationStato sarà superiore ad ogni considerazione di giustizia e di moralità; poiché, dice il capo dell’Action française, la “morale naturale predica la sola virtù che è la forza”»[2]. Il 29 dicembre 1926 il movimento nazionalista e tradizionalista venne condannato da papa Pio XI. Per quanto le basi teoriche e culturali dell’Action française fossero imparagonabilmente più raffinate di quelle della Lega, al di là delle inevitabili differenze tra il 1926 e il 2019, mi sembra di ravvisare più di un’analogia tra i due movimenti politici tanto desiderosi di mostrarsi “cattolici”, quanto fattualmente antievangelici. Concludo quindi riprendendo semplicemente due autorevoli auspici: Ratzi«Cari fratelli e sorelle, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio 2009, sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo (cfr. Deus caritas est, n. 15). L’insegnamento e l’esempio di san Paolo, umile-grande Apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana» (Benedetto XVI) e «Dio porta sempre novità. Quante volte l’avete già sperimentato nella vostra vita! Siamo aperti anche oggi alle sue sorprese? Voi, che avete risposto con coraggio alla chiamata del Signore, siete chiampapa-francesco-aboubakar-soumahoro_1-maggio-2019.jpgati a mostrare la sua novità nella vita e a far così fiorire i frutti del Vangelo, frutti germogliati dalle radici cristiane, che da 2000 anni nutrono l’Europa. E porterete frutti ancora più grandi!» (Francesco). Post-scriptum: assicuro eventuali critici frettolosi che non ho sbagliato ad attribuire le citazioni; si tratta solo di imparare a cogliere la ricchezza delle posizioni dei papi, uniti nella differenza – anche nell’opposizione polari degli accenti – dall’ampiezza e dalla profondità dello sguardo sulla realtà reso possibile dalla fede. Prima la carità, prima le persone!

[1] E. Przywara, L’Idea d’Europa. La “crisi” di ogni politica “cristiana”, Il pozzo di Giacobbe, 2013, 118-119 e 124-125.

[2] L. Thomas, L’Action Française devant l’Église (de Pie X à Pie XII), Nouvelles Éditions Latines, Paris 1965, 111 e 112.