Un’Enciclica scritta per giungere a tutti (“Nostro Tempo” 08 novembre 2020)

Che ne è di Fratelli tutti, l’enciclica di papa Francesco sulla fraternità e sull’amicizia sociale, ad un mese dalla sua pubblicazione? Al di là delle immediate risonanze raccolte dai mezzi di comunicazione di massa, risulta pressoché impossibile farsi un’idea dei processi avviati effettivamente dall’enciclica, così come ovviamente di quelli ch’essa aprirà in futuro. Se a partire da profonde convinzioni cristiane, il Vescovo di Roma si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà con un linguaggio che aspira alla più ampia comprensibilità possibile per sostenere la necessità di ispirare le relazioni umane all’universale amore fraterno, non si può non riscontrare come si siano sollevate diverse voci – sorprendentemente anche dall’interno del mondo cattolico – per contestare il contenuto dell’intervento pontificio. Non intendo certo prendere in considerazione i diversi commenti, spesso scritti frettolosamente ed avendo come principale obiettivo quello di delegittimare l’autorevolezza della proposta di papa Francesco attraverso le solite accuse infondate che sentiamo ormai risuonare da anni. Per i suoi censori ideologici, il Pontefice risulterebbe colpevole – di volta in volta oppure anche allo stesso tempo – di marxismo, di relativismo, di aver spezzato la Tradizione cattolica e di aver sostituito il Dio cristiano con una divinità generica valida tanto per noi quanto per i musulmani.

Al di là dell’evidente assurdità di queste accuse (e mi sono limitato a riportare quelle che rientrano nei pur ampi limiti della salute mentale!), quello che non sorprende per niente è il fatto di ritrovare queste censure sulle colonne dei quotidiani di sedicente orientamento “liberale” che guarda caso coincidono – almeno nel povero panorama intellettuale dell’Italia odierna – coi sostenitori dei vari populismi. Spesso reclutati nelle fila degli “atei devoti”, senza sua colpa diventati di moda al tempo di Benedetto XVI, questi “maestri d’Occidente” dichiarano apertamente di non credere nell’annuncio cristiano per poi ritenersi in dovere di correggere il Sommo Pontefice, al punto da insegnargli che cos’è il cristianesimo, come dovrebbe essere declinato oggi per rimanere fedele a se stesso e finanche quali messaggi deve assolutamente evitare per non far “crollare” la Chiesa quantomeno in Europa. Fatto salvo il diritto d’opinione e ritenendo fermamente che papa Francesco non abbia bisogno di alcun avvocato, colgo qui tuttavia l’occasione – trascurando per rispetto del Lettore le osservazioni più deliranti e/o propagandistiche – per rispondere a due critiche rivolte all’enciclica Fratelli tutti che, per quanto infondate, sembrano circolare anche tra i semplici fedeli che incontriamo la domenica (rigorosamente con la mascherina!) per la celebrazione dell’Eucaristia. Il primo punto è propriamente teologico: il Pontefice viene rimproverato per aver adottato una prospettiva sulla fraternità esclusivamente umana, fino al punto da “dimenticare Dio” inteso quale unico fondamento dell’auspicata fraternità. Basterebbero ovviamente le due preghiere che concludono l’enciclica per confutare questa critica, ma non è questo il punto. Ragionamenti simili riescono a suscitare dei dubbi in diversi cattolici perché, a mio parere, non ancora consapevoli di quello che ritengo un presupposto fondamentale della prospettiva offerta da papa Francesco.

Mi riferisco, in particolare, a quella che egli chiama «una caratteristica essenziale dell’essere umano» rivelata dalla “parabola del Buon samaritano” (Lc 10,25-37): «siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (FT, 68). Se s’interpreta quel “siamo stati fatti” come un “passivo divino” la frase dice che Dio ci ha creato per realizzarci nell’amore per Dio e per il prossimo, secondo – mi sembra di poter aggiungere – la decisiva prospettiva giovannea: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Da questo punto di vista, come scriveva alla fine degli anni Cinquanta il teologo domenicano Edward Schillebeeckx,  quando i cristiani vivono secondo il dono che hanno ricevuto «l’amore fraterno diviene il sacramento dell’incontro con Dio». Fa parte di questa logica, quanto aggiunge poi papa Francesco: «il fatto che di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. […] Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti» (FT, 74). Il Vescovo di Roma evidentemente non dimentica Dio, ma predicando la fraternità e l’amicizia sociale a tutti gli uomini di buona volontà sul modello del racconto lucano invita ad abbracciare la volontà divina, chiamando allo stesso tempo i discepoli di Gesù a rendere visibile l’Amore divino che hanno incontrato contribuendo a realizzare quella carità politica e sociale per «progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati» (FT, 183).

Il secondo punto riguarda la ripresa da parte di papa Francesco di un elemento qualificante della Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta del principio della destinazione universale dei beni, che qualche difensore del libero mercato ha subito accusato di “comunismo”, cosa che è capitata anche ad alcuni dei miei studenti all’Università Cattolica, se non fosse che questi ultimi frequentano il corso di laurea magistrale, mentre i censori del Papa sono attempati intellettuali… Lungi dal sostenere un’improbabile collettivizzazione dei mezzi di produzione, il Pontefice ha comunque solamente ricordato che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata» e che questa «si può considerare solo un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati» (FT, 120). Senza il rispetto di quest’ordine, come si potrebbe infatti parlare di fraternità?

Ricostruire i legami di un mondo diviso (“Nostro Tempo” 11 ottobre 2020)

Per mettere a fuoco il senso di Fratelli tutti, l’ultima enciclica di papa Francesco dedicata alla fraternità e all’amicizia sociale, ho trovato di grande aiuto le seguenti parole di san Paolo VI pronunciate in occasione di un appello rivolto ai cristiani affinché s’impegnino nell’edificazione della civiltà dell’amore:«la patologia sociale è il primo campo del nostro cristiano interesse. Bisogna avere sensibilità ed amore per l’umanità che soffre, fisicamente, socialmente, moralmente» (Udienza generale, 31 dicembre 1975). È a partire da questa sensibilità, maturata nell’ascolto orante del Vangelo e unita ad una fiduciosa speranza verso ogni donna e ogni uomo di buona volontà, che  Fratelli tutti invita ad impegnarsi per realizzare il sogno di un’umanità aperta e fraterna, in cui l’amore per il prossimo possa effettivamente estendersi universalmente senza perdere nulla dell’intensità ciò che sperimentiamo localmente. Ricordandoci che siamo «viandanti fatti di una stessa carne», Papa Francesco intende suscitare in tutti «un’aspirazione mondiale alla fraternità» (FT, 8), proponendo – a partire dalla parabola del “Buon samaritano” – uno stile relazionale ispirato alla carità sociale e politica (FT, 180).

Riprendendo l’insegnamento di Benedetto XVI sulla carità come principio delle macro-relazioni (Caritas in veritate, 2), Francesco sviluppa il concetto di carità in senso socio-politico, ricordando che questa «presuppone di aver maturato un senso sociale che supera ogni mentalità individualistica» mentre «oggi si pretende di ridurre le persone a individui, facilmente dominabili da poteri che mirano a interessi illeciti» (FT, 182). L’individualismo è forse quel fenomeno socioculturale che più rappresenta la multiforme “patologia sociale” diagnosticata dal Pontefice: «nazionalismi chiusi esasperati, risentiti e aggressivi» (FT, 11), «perdita del senso della storia», «bisogno di consumare senza limiti» e «individualismo senza contenuti» (FT, 13), «nuove forme di colonizzazione culturale» che operano per «dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole» (FT, 14), «meccanismi di manipolazione delle coscienze» (FT, 45)… Papa Francesco descrive in questo modo un orizzonte conflittuale, costituito da interessi contrapposti che operano all’interno di giochi a somma zero, il quale – in assenza di un progetto comune – non può che preludere a nuove guerre (FT, 17). Per uscire da questo scenario occorre, in primo luogo, ricomporre lo scisma tra il singolo e la comunità (FT, 31), recuperando «la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni» (FT, 36). L’espressione forse più evidente della malattia sociale in atto, supportata pretestuosamente «tanto da alcuni regimi populisti quanto da posizioni economiche liberali» (FT, 37), fa tutt’uno con l’opposizione all’accoglienza dei migranti. Dopo aver riaffermato con Benedetto XVI il «diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra» (FT, 38), l’attuale Pontefice – pur ammettendo che l’ideale sarebbe quello di creare nei Paesi d’origine le condizioni per una vita dignitosa – riconosce che: «finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni esser umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona». Dopo aver mancato nell’aiutare i Paesi più poveri, non vi è alcuna ragione per quelli più ricchi e sviluppati di rifiutarsi di «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» (FT, 129).

La fraternità aperta costituisce così l’alternativa all’alleanza liberal-populistica che promuove una sorta di individualismo nazionalistico, orientato alla massimizzazione del profitto dei più forti: è sempre l’«individualismo che si esprime nella xenofobia e nel disprezzo dei deboli» (FT, 43). Se una mentalità xenofoba, chiusa e autoreferenziale offende l’umanità di ogni uomo, papa Francesco ammonisce giustamente: «è inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevale certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore e della religione, e la legge suprema dell’amore» (FT, 38). Se l’enciclica si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, la critica rivolta alla schizofrenia di certi credenti ribadisce che la fede, debitamente pensata, deve orientare lo sguardo e l’azione sulla realtà nella sua integralità, escludendo che si possa essere programmaticamente discepoli di Gesù durante la santa Messa e fautori del “prima per me e per gli altri se ce n’è” alle urne. Senza questa comprensione del rapporto tra fede e ragione non sarebbe possibile onorare quel ruolo pubblico della Chiesa che consiste nel promuovere, in nome della carità politica e sociale, l’uomo e la fraternità universale (FT, 276).

Così come questo servizio ecclesiale risulterebbe del tutto “estrinseco”, se non si condividesse la concezione antropologica – più volte ribadita da papa Francesco – che l’uomo è fatto per «la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (FT, 68). È attraverso questa prospettiva che il Vescovo di Roma riporta su un piano evangelico le “parole d’ordine” della Rivoluzione francese. Mentre la modernità, obliterando la fraternità, è giunta al conflitto tra libertà e uguaglianza, il recupero della fraternità permette di dare respiro alla libertà, orientandola nuovamente all’amore oltre la mera autonomia, e di rendere concreta l’uguaglianza (FT, 103-104). «Ma l’individualismo radicale» mi permetto di sottolineare col Papa «è il virus più difficile da sconfiggere» (FT, 105).

PS: Ho dedicato diverso tempo ad elaborare una critica ecclesiologica dell’individualismo liberale, così caratteristico della cultura socio-politica dell’Occidente, per un rapido sguardo mi permetto di rinviare all’intervista Salvioli: «La Chiesa, modello contro l’individualismo» di Simone Paliaga, pubblicata da Avvenire (28 novembre 2018).

La politica delle virtù oggi. Rileggendo John Milbank

Segnalo questo mio breve contributo pubblicato da Oikonomia. Rivista di scienze sociali 19, 3 (2020), pubblicato in data odierna dall’organo della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).

A quale tradizione politico-filosofica attingere per costruire un’alternativa effettiva all’allenza tra neoliberismo e populismo? Si può scommettere seriamente su di un assetto post-liberale per ripensare la democrazia, il mercato e la stessa cultura occidentale? La via suggerita da John Milbank punta sulla riscoperta del ruolo della virtù nella tessitura delle relazioni umane.

Per leggere il contributo cliccare qui: La politica delle virtù oggi.

Usare l’umorismo come fonte di aiuto (“Nostro Tempo” 13 settembre 2020)

«Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età, / dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità… / Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, / come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…». Per descrivere la tonalità emotiva di questo settembre, sarebbe difficile trovare parole più adeguate di quelle scelte da Francesco Guccini nella Canzone dei dodici mesi, contenuta nell’album Radici (1972) e ispirata ai cicli raffigurati sulle cattedrali romaniche, come quello scolpito sulla faccia interna degli stipiti della “Porta della pescheria” del Duomo di Modena. Siamo infatti come in preda ad una confusione diffusa, dovuta perlopiù all’intreccio delle possibilità che si prospettano a causa dell’ancor imprevedibile decorso del Covid-19: riprenderà la scuola? E l’università? Come andrà l’economia? E le attività pastorali? Se le perplessità riguardano perlopiù le modalità con cui iniziare l’anno sociale, pare che l’unica certezza condivisa consista nella ferma volontà di evitare un altro lockdown. Al di là dei pericoli sul piano economico, occorre prendere atto di quanto diversi studi scientifici suggeriscono: la ripetizione della misura di confinamento infliggerebbe un colpo decisivo alla salute mentale di non pochi cittadini, attivando o aggravando notevolmente i disturbi dell’ansia e dell’umore (depressione), oltre a mettere a dura prova l’equilibrio psichico pressoché di chiunque, con non poche ricadute sulla qualità della vita spirituale. La paura dovuta alla riscoperta vulnerabilità ricorda l’esperienza del popolo di Israele narrata nel libro dell’Esodo quando, dopo essere uscito dall’Egitto per mano di Dio e di Mosè, si trova come schiacciato tra l’esercito del Faraone e il Mar Rosso. Colti dalla disperazione ed incapace di fiducia, gli israeliti non trovano nulla di meglio dell’esprimersi in termini pressoché tragicomici, manifestando a pieno l’incapacità di salvarsi con le proprie forze: «E dissero a Mosè: “È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto?”» (Es 14,11). Per chi conosce il canto di vittoria che da lì a poco si leverà dal popolo – sano e salvo dopo il miracoloso attraversamento, a differenza dell’esercito egiziano travolto dalle acque – quella domanda non può che lasciar trasparire una singolare carica umoristica, che non viene meno nemmeno quando è la vita stessa ad essere in grave pericolo. Alla luce dell’azione salvifica di Dio nella storia, l’inevitabile protesta umana che emerge dalla presa d’atto della propria irrisolvibile vulnerabilità non può che apparire tinta di umorismo. E forse, come intendo qui suggerire, una delle risorse più efficaci della vita spirituale consiste proprio nel far proprio quest’umorismo – perlopiù declinato in senso autoironico – per riequilibrare ridendo gioiosamente tante reazioni autolesionistiche alle situazioni di pericolo, abbracciando una saggezza tutt’altro che cupa e seriosa, ma acuta e coinvolgente.

Proprio come nel caso della celebre battuta di san Tommaso Moro, il quale – salendo al patibolo per essere giustiziato – si rivolse a colui che aveva a fianco in questi termini: «Aiutatemi a salire, messere; a scendere farò da solo…». Una postura spirituale, quella tenuta dal grande martire inglese sulla scia di diversi tra i martiri più antichi del cristianesimo, capace di mostrare come – in forza del lumen fidei– l’umorismo possa addirittura funzionare da “apparecchio alla morte”! Ad esplorare più sistematicamente quest’affascinante dimensione dello spirito umano, negli ultimi anni, si sono dedicati soprattutto due gesuiti: il padre Giovanni Cucci (La forza dalla debolezza. Aspetti psicologici della vita spirituale, 2018) e il padre James Martin (Anche Dio ride. Perché gioia, umorismo e riso sono al centro della vita spirituale, 2019). Incrociando questi due contributi, si può infatti guadagnare una comprensione più articolata dell’umorismo in modo che ci possa essere d’aiuto nella ripresa di questo complesso anno sociale, non tenendo conto qui del fatto che un domenicano legga e consigli i libri dei gesuiti, in fin dei conti, per farsi quattro risate! Al di là degli scherzi, l’umorismo può essere definito come un modo alternativo – caratterizzato da un buon livello di relazionalità, pratico e divertente – per vedere il mondo e la vita. Producendo endorfine contribuisce a diminuire il cortisolo nell’organismo, favorendo quella distensione che stempera lo stress, rendendoci capaci di accostare la realtà in modo più riflessivo e obiettivo. In questo senso, l’umorismo costituisce anche una delle condizioni di possibilità per vedere la realtà nel suo complesso, individuando punti di vista innovativi, che sono perlopiù preclusi ai maniaci della “lettera”, i quali non per niente vengono definiti come privi di “spirito”. Richiedendo all’intelligenza di passare da un piano di significato ad un altro, molto spesso nel breve lasso di tempo di una battuta, coloro che sono capaci di umorismo hanno un rapporto solitamente più creativo con le situazioni e le persone, “inventando” percorsi fecondi. A Cucci devo poi la comprensione del rapporto tra umorismo e trascendenza, dovuto al fatto che l’umorismo porta comunque a trasgredire (trans-grĕdi: andar oltre), ad oltrepassare i limiti e le angustie imposte dai luoghi comuni o dal potere, al quale – resistendo e contestando – ama dire la verità. L’apertura costitutiva alla trascendenza non solo giustifica il ruolo dell’umorismo nella vita spirituale, ma ne mette in luce anche la fondamentale umiltà: quella di chi sa, in fondo, che non può risolvere tutto da solo e che deve affidarsi a Dio e ai fratelli.

Concludo riprendendo le parole del Maestrone di Pavana: «D’altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia, / Ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia» (Il matto, dall’album D’amore di morte e di altre sciocchezze, 1996).

L’insidioso labirinto della «postverità» (“Nostro Tempo” 12 luglio 2020)

LabirintoIl recente dibattito tra virologi, epidemiologi e clinici, allestito dal circo mediatico sulla persistenza del Covid-19, più che informare sull’intensità della carica virale, sembra piuttosto aver intensificato il disorientamento di molti cittadini incapaci di discernere a quale esperto affidarsi per valutare lo stato della pandemia. Tale spettacolarizzazione, conseguente all’inedito ruolo pubblico assunto dai “virologi” nel contesto dell’emergenza, ha poi finito per favorire il moltiplicarsi delle opinioni pressoché da parte di chiunque e soprattutto la loro strumentalizzazione politica, con esiti prossimi quantomeno al genere tragicomico. Nonostante queste ed altre derive, ritengo che il dibattito in questione costituisca un valido esempio di quella postverità con cui – secondo alcuni critici – ci confrontiamo in Occidente almeno dagli anni Ottanta del Novecento. Secondo la definizione degli Oxford Dictionaries, i cui curatori l’hanno eletta a parola dell’anno nel 2016, dicendo “postverità” ci si riferisce ad una serie di circostanze in cui «i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica del ricorso all’emozione e alle convinzioni personali». Diffusosi esponenzialmente per caratterizzare la bizzarra modalità comunicativa di Donald Trump o per motivare il fenomeno Brexit, il termine “postverità” indica una situazione  che non può essere, a mio avviso, appiattita sul piano delle più banali fake news o sbrigativamente derubricata come superfluo sociologismo. Secondo Anna Maria Lorusso, professoressa di Semiotica presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, la postverità è l’esito di una complessa interazione tra i mezzi di comunicazione di massa e i loro utenti, per cui – soprattutto attraverso le dinamiche instaurate dai social media – si è giunti ad una situazione in cui «ciascuno pretende di dire il vero», per cui «si arriva al paradosso di mille verità diverse che sembrano equiprobabili». È in questo senso che, secondo Lorusso, «la postverità non nega la verità. La moltiplica e la privatizza», in modo che «non si sente più la necessità di una legittimazione istituzionale» con grave danno per la tenuta del legame sociale (Postverità. Fra reality tv, social media e storytelling, Laterza 2018). Poiché il popolo di Dio, radunato dal Cristo e incamminato verso la Gerusalemme celeste, vive nella storia e nella società non è affatto fuori luogo chiedersi in che modo il fenomeno della postverità si ritrovi anche nella Chiesa. TruthSi pensi, in primo luogo, ai ripetuti attacchi rivolti a papa Francesco da sedicenti giornalisti o all’infamante dossier pubblicato dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò nell’agosto del 2018. Per quanto puntualmente decostruita da Lo scisma americano. Come l’America vuole cambiare papa di Nicolas Senèze (Mondadori, 2020), quella campagna denigratoria può continuare ad echeggiare tra le righe dei giornali anche perché i limiti di quanto può venir pubblicamente asserito sono determinati da un contesto postveritativo. Non potendo verificare come le cose stiano effettivamente, il lettore – che ha smarrito gran parte della fiducia nell’istituzione – finisce così per affidarsi ad una o all’altra delle narrazioni messe sulla piazza mediatica in base alle emozioni suscitate o alle convinzioni previamente elaborate, eleggendola a verità. Chi intendesse screditare l’attuale pontificato, dovrebbe quindi solamente limitarsi a perseverare nel proprio storytelling per ottenere il consenso di coloro che – nell’odierna e disdicevole estetizzazione del ruolo del Papa – non condividono “a pelle” le scelte di Vescovo di Roma. Qual è l’effetto della moltiplicazione mediatica delle “verità” su papa Francesco? Lungi dal contribuire alla conoscenza di quanto accade nella Chiesa, quest’atomizzazione non mira  forse solamente a frammentare il mondo cattolico? Un secondo esempio può essere tratto dal volume curato da R. Bichi e P. Bignardi dal titolo Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia (Vita e Pensiero, 2015). Pubblicato per commentare una ricerca condotta dall’Istituto Toniolo su un campione di centocinquanta giovani mette in luce, tra i diversi aspetti positivi, la tendenza ad una radicata privatizzazione della verità della fede, perlopiù declinata attraverso la semantica degli affetti e dimentica di ogni riferimento ecclesiale. Percepita come una dimensione intimistica, la fede viene comunicata attraverso riformulazioni personali che manifestano non solo l’evidente individualismo, ma anche l’appartenenza di quei vissuti all’orizzonte postveritativo in quanto autentici ed isolati ad un tempo, e pertanto fragili e potenzialmente inefficaci rispetto alle sfide della secolarizzazione o anche solo della vita stessa. Non c’è infatti bisogno di scomodare san Tommaso d’Aquino per comprendere quanto una fede che vacilli sul senso della verità, anche per il solo fatto che Gesù dichiara di essere “la” verità (cfr. Gv 14,6), trovi non poche difficoltà ad esercitare l’affidamento che la caratterizza. Cappella_arcivescovile_Ravenna_6 (3)È per questo che nel tempo della postverità occorre non cedere di un centimetro – nella predicazione e nella catechesi, ma anche nell’esercizio della vita cristiana – sulla verità che è Cristo e sulla qualità affettiva che sant’Agostino chiamava gaudium de Veritate. Laddove il mondo tende a moltiplicare i frammenti veritativi, assolutizzando la fragile ed aggressiva micro-verità di ciascuno, il Vangelo ci dona invece la possibilità di accogliere l’umile e mite Verità che salva unendo nella carità. Per quanto nell’orizzonte postveritativo la narrazione e l’affidabilità vengono considerate come caratteristiche intrinseche al darsi della verità, togliendo qualche ostacolo ideologico all’annuncio evangelico, è tempo di un’intensificazione qualitativa dell’esercizio della caritas veritatis che metta in contatto con l’indefettibile affidabilità della Verità crocifissa e risorta.

La Trinità cristiana e il Dio dei filosofi (“Nostro Tempo” 14 giugno 2020)

KantPer molti neoilluministi e liberali, il filosofo Immanuel Kant (1724-1804) rappresenta ancor’oggi un irrinunciabile punto di riferimento sia per l’impegnativa eredità costituita dalle tre Critiche, sia per la forza persuasiva di scritti più brevi come Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? o Per la pace perpetua. Educato alla religiosità interiore ed individualista del pietismo, Kant si dedicò prima alla fisica e poi alla filosofia nei suoi diversi aspetti. Questa scelta non gli impedì, tuttavia, di concedersi piccole incursioni nell’ambito teologico, come quella che segue. «Nel suo senso letterale la dottrina trinitaria» scrive Kant ne Il conflitto delle facoltà (1798) «quand’anche si credesse di comprenderla, è sotto il profilo pratico del tutto inutile, e le cose van peggio se ci si rende conto che essa supera tutti i nostri concetti. Che nella divinità si debbano venerare tre o dieci persone, il discepolo lo accetterà con la medesima leggerezza, dato che non riesce a farsi alcuna idea di un Dio in più persone (ipostasi), ma ancor più perché da questa pluralità non può dedurre regole diverse per la sua condotta». Per il filosofo di Königsberg, in altri termini, poiché nulla può essere conosciuto di Dio né attraverso l’esercizio della ragione, né per mezzo della Rivelazione, l’unica via ch’egli accetta per riconoscere un senso al termine “dio” è quella pratica, ossia il punto di vista morale. Pur non potendo essere in alcun modo dimostrata, secondo Kant l’esistenza di “dio” dev’essere comunque necessariamente postulata dalla ragione perché si possa pensare qualcosa come una vita morale, in quanto “dio” è necessario per garantire la compatibilità tra virtù e felicità. Da questo punto di vista, dove “dio” trova posto come condizione ultima di possibilità della morale borghese del dovere, non solo la dottrina trinitaria, ma lo stesso Trinitas Deus non può che risultare del tutto inutile, un cascame senza senso di un passato lontano abitato da dispute incomprensibili tra fazioni cristiane, in cui la vincente si arrogava il titolo dell’ortodossia. Nell’orizzonte dell’umanità impegnata nel progresso verso un’emancipazione dalle varie schiavitù che si sono prodotte nella storia, a scapito di quanto esigito dalla ragione e dalla religione naturale, sembra così non esserci più posto per il dogma trinitario, di cui rimarrebbe solo l’incomprensibile complessità dei teologumeni e un’imbarazzante sensazione d’inutilità. Anche rimanendo sul piano della filosofia moderna, questo discorso – che implicava di fatto la sostituzione della fede cristiana con la morale laica – non risultò per tutti convincente.Hegel Qualche decennio dopo, nelle Lezioni sulla filosofia della storia (1837) di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, si può infatti leggere una perentoria considerazione: «colui che non sa di Dio che egli è trino, non sa nulla del cristianesimo». Al di là della valutazione che si possa avere del pensiero hegeliano, e la mia è tutt’altro che positiva, occorre ammettere che il filosofo di Stoccarda sia stato in grado di riconoscere quanto il destino stesso del cristianesimo sia strettamente correlato a quello del Dio unitrino. A questo punto, oltre a rilevare con sconcerto come la moderna ragione storica abbia dovuto faticosamente riconquistare quelle coordinate che ogni battezzato considererebbe semplicemente ovvie, occorre provare a rispondere nel merito all’obiezione kantiana. Se Hegel ribadisce che la conoscenza del Dio unitrino fa tutt’uno col cristianesimo, rimane tuttavia da chiarire il ruolo che la dottrina trinitaria svolge nella pratica, ossia nel qualificare il comportamento umano a livello morale. E questo, al di là dell’enunciato kantiano, vale soprattutto per tanti cristiani i quali faticano a cogliere la differenza che la fede trinitaria comporta per la loro vita, pur non avendo mai letto – con tutta probabilità – una sola riga di Kant. Cercherò ora di esprimere molto sinteticamente il mio punto di vista. Per comprendere quanto la rivelazione del Dio unitrino abbia cambiato e possa cambiare i nostri comportamenti, rendendo qualitativamente migliore la nostra vita, occorre considerare attentamente la differenza che c’è tra un “dio” monolitico che pensa narcisisticamente sé stesso pensante e la comunione interpersonale d’amore dell’unico Dio-in-tre-Persone. Si pensi ora alla qualità dei nostri comportamenti: qualora fossero motivati dalla soggezione all’onnipotenza del “dio” solitario, garante della legge morale e del giudizio che assicura ai virtuosi  la felicità… probabilmente questa morale del dovere ci schiaccerebbe e finiremmo per dichiarare con Nietzsche che il “dio” che è morto (e tale rimane!) è proprio il “dio” della morale. RublevLasciarsi invece coinvolgere dal dono dello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, come da un unico principio, per essere assimilati al Figlio eternamente generato dal Padre e mandato nella storia per comunicarci la sua stessa vita divina, rendendoci figli del Dio che è agape. «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8). La risposta sull’utilità per la vita morale della dottrina trinitaria, la possiamo quindi trovare già nella prima lettera giovannea: se l’agape è il comportamento umano più virtuoso in quanto rispetto, dedizione di sé e generatività che dipendono dalla capacità di com-unione nel riconoscimento delle differenze, la virtù più alta può essere vissuta solamente come dono della relazione conoscitiva col Dio unitrino. Dove la conoscenza non va intesa, al modo dei moderni, in senso puramente intellettualistico, ma come unione intenzionale che prelude alla comunione che si realizza nell’amore. Anche quanto all’utilità pratica della dottrina trinitaria, agli eventuali kantiani inconsapevoli dei nostri giorni, ricorderei quindi col Gilbert Keith Chesterton di Ortodossia: «non è bene che Dio sia solo»!

Cattolici, l’impegno per il bene comune (“Nostro Tempo” 10 maggio 2020)

Sono ormai passati più di due mesi da quando, riflettendo sulle possibili conseguenze della pandemia di Covid-19, scrivevo sulle colonne di questo settimanale auspicando una seria riscoperta del senso dell’umana vulnerabilità per orientare le ricerche scientifiche verso la prevenzione e la cura di ogni essere umano. economia-selvaggia-coronavirusSe il Coronavirus ha scosso radicalmente la delirante presunzione di onnipotenza del “sistema”, avviando un tempo d’inevitabile recessione economica che si presume assai più grave della crisi del 2007-2008, l’attuale pandemia ci offre la possibilità di immaginare almeno uno scenario in cui l’assetto socio-politico-economico avrebbe la possibilità di uscirne più umano. “Almeno uno”, scrivevo,  a fronte dei tanti cupi scenari che preludono invece ad una drammatica decadenza dettata dal combinato disposto tra paura e ripiegamento egoistico, all’insegna del mai completamente superato homo homini lupus di hobbesiana memoria! Quando la ragione si lascia persuadere dalla Parola di Dio appare comprensibile come alla riscoperta conquistata della propria vulnerabilità possa corrispondere un ethos della solidarietà e della sussidiarietà capace di ostracizzare l’imporsi della logica dettata dal crudo adagio mors tua, vita mea. La teologia sottesa alla Dottrina sociale della Chiesa non insegna, d’altra parte, che dalla carne (sarx) assunta dal Verbo (cfr. Gv 1,14) deriva la possibilità di rispondere al comandamento nuovo (cfr. Gv 13,34)? paoline-rupnik-lavanda-piedi-1Non dovrebbe quindi ogni cristiano pensare e credere che sia “evangelicamente” doveroso impegnarsi per un assetto politico-sociale nel quale alla consapevolezza della vulnerabilità umana si risponda con la forza creativa della solidarietà? Benché la riflessione teologica sulla politica risulti quanto mai carente, come si può verificare compulsando una qualsiasi “guida dello studente” di una qualunque facoltà teologica cattolica, l’attuale pandemia dovrebbe motivare un vero e proprio risveglio delle intelligenze e dei cuori per contribuire a delineare le forma della convivenza civile tanto tra i cittadini, quanto tra gli stati, una volta che la pandemia sia stata resa (finalmente!) inoffensiva. Per procedere in questo senso ed adoperarsi per quella che può essere a ragione definita carità politica, è sicuramente opportuno impegnarsi – come la comunità cristiana ha fatto in modo spesso esemplare – nella cura degli ultimi. Ciononostante, secondo il parere di chi scrive, occorre affiancare a quest’intervento immediato, insostituibile e spesso vitale, un impegno non meno urgente che consista nel costituire una rete di persone che intendano riformare l’attuale indirizzo politico, sociale ed economico a partire da un rinnovato modo di perseguire il bene comune. Penso ovviamente al secondo dopo-guerra e alle tante giovani intelligenze cattoliche che hanno contribuito, ad esempio, alla redazione della Costituzione o a guidare la ricostruzione di una nazione uscita a pezzi dal conflitto mondiale. Quali sono oggi le forze disponibili in Italia per contribuire in questo senso ad un post-pandemia che probabilmente sarà non meno impegnativo? Un piccolo, ma significativo contributo in tal senso viene dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Mi riferisco, in particolare, all’e-book recentemente scritto da Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di Relazioni internazionali e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, Vulnerabili: come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (Piemme, Milano 2020). Vulnerabili-scaledProcedendo dalla convinzione che il futuro ci offra la possibilità di interpretare la consapevolezza della nostra vulnerabilità come «l’elemento intorno a cui ripensare e ricostruire l’interdipendenza» per custodire l’umanità dagli effetti deleteri non solo di ulteriori pandemie, ma anche di crisi economiche o ambientali, Parsi delinea tre scenari possibili che potranno aprirsi al venir meno dell’emergenza Covid-19. Indipendentemente dallo scenario che si realizzerà, per lo studioso torinese l’assetto internazionale che si costituirà sarà inevitabilmente differente da quello neoliberale che si è imposto progressivamente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, decretando una crescita economica pari solo alla concomitante diffusione della diseguaglianza. In questo senso altamente auspicabile, il declino di un impianto volto all’accumulo delle risorse a disposizione delle mega-élites finanziarie, molto spesso a danno del welfare edificato nel dopo-guerra, può costituire un’autentica opportunità per una politica economica che sia effettivamente «a servizio dell’uomo» (Francesco Vito). Ciò detto, prepararsi ad affrontare il tramonto dell’impianto neoliberale non basta, se non si lavora insieme per offrire un’alternativa sostenibile. Sempre secondo Parsi, infatti, potremmo assistere ad una sorta di restaurazione, guidata da tecnocrati e destinata a rinsaldare il primato del mercato sulla democrazia, oppure a qualcosa di simile alla fine dell’Impero Romano d’Occidente, in cui il crollo della domanda e la diffusione della paura costituirebbero le premesse ottimali per una pericolosa svolta «verso regimi populistici caratterizzati dalla presenza di “leader forti”» à la Viktor Orbán. L’ultimo scenario, a cui guardo con fattiva speranza, è indicato col termine Rinascimento. Si tratta di un orizzonte – analogo per Parsi al New Deal di Roosevelt – in cui si procede dall’acquisita consapevolezza della vulnerabilità e dell’interdipendenza degli esseri umani per riequilibrare i rapporti «tra politica ed economia, tra democrazia e mercato, tra libertà e solidarietà». Nuovo UmanesimoUno scenario a cui la Chiesa cattolica italiana può cooperare in modo decisivo e vitale se sarà capace di attuare gli insegnamenti di papa Francesco nel quadro, troppo velocemente archiviato, di quel nuovo umanesimo* la cui urgenza è oggi quantomai palese.

PS*: Poiché un tratto persistente della vita ecclesiale contemporanea coincide con la paradossale concomitanza di iperproduzione documentale e di quasi immediata amnesia di quanto è stato appena prodotto rinviamo al significativo Discorso del Santo Padre tenuto durante l’incontro con i rappresentanti del V Congresso nazionale della Chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015). Rileggerlo oggi potrebbe costituire una guida per contribuire allo scenario chiamato da Parsi Rinascimento, con quelle disposizioni che solo il vivo riferimento a Cristo può suscitare.

Pasqua, un tempo per rinnovare tutto (“Nostro Tempo” 12 aprile 2020)

Come ogni anno nelle celebrazioni della domenica di Pasqua risuona la sublime sequenza medievale Victimae paschali per cantare la vittoria di Cristo risorto sul peccato e sulla morte: «Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux Vitæ mortuus, regnat vivus» (morte e Vita si sono affrontate in un duello straordinario: il Signore della vita era morto, ora, regna vivo). Cristo risorto vince il Covid-19 (2)Ma a differenza di ogni anno, la maggior parte di noi si è purtroppo potuta unire a questo canto di esultanza solo attraverso gli schermi televisivi, sperimentando così nel proprio intimo l’imprevisto combattimento tra il gaudio pasquale e la profonda afflizione dovuta all’imperversare della pandemia di Covid-19. Eppure, poiché agli occhi della fede la vittoria del Crocifisso risorto risulta certa, ciascun credente sa di potersi rialzare grazie a Cristo e con Cristo, sperimentando così – foss’anche nell’ora scarsa di una celebrazione eucaristica trasmessa via etere – la gioia densa di misericordia di coloro che partecipano della risurrezione. È la consapevolezza ricevuta in dono per cui la sofferenza e la morte – sebbene strazianti e spesso ammantate d’assurdo – non s’impongono come l’ultima parola, in quanto sappiamo che la nostra vita è «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). È la stessa certezza che viene cantata dal grande poeta anglicano John Donne (1572-1631): «Morte, non andar fiera se anche t’hanno chiamata / possente e orrenda. Non lo sei. / […] Perché dunque ti gonfi? Un breve sonno e ci destiamo eterni. Non vi sarà più morte. E tu, morte morrai». Cristo, infatti, sconfiggerà anche in noi «l’ultimo nemico» (1Cor 15,26) e questa consapevolezza, se vissuta secondo il Vangelo, non ci aliena dalla storia, ma ci sostiene nel cammino della vita consentendoci un impegno tanto più generoso, quanto più viva in noi è la certezza di essere attesi nella Gerusalemme celeste. La città santa descritta nel libro dell’Apocalisse: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,3-4). Anche la pandemia da coronavirus, con tutte le sue laceranti conseguenze, passerà… e lascerà all’umanità ferita un compito, un’opportunità significativa: mettere in atto quanto si è appreso su di noi e sulla realtà nei giorni plumbei della “quarantena sociale”. Mi riferisco al valore delle relazioni interpersonali, colto sotto una luce nuova proprio attraverso l’esperienza dell’isolamento e del distanziamento sociale, o alla dedizione responsabile cui tutti abbiamo attinto attraverso il lavoro dei medici, del personale sanitario e delle forze dell’ordine. Senza dimenticare la solidarietà testimoniata del mondo del volontariato ed anche – ma non sempre – da uno stato nei confronti di un altro più pesantemente colpito. Come se l’iperindividualismo che ha plasmato le società occidentali si fosse eclissato, abbiamo appreso nuovamente che in realtà «siamo tutti sulla stessa barca». AgambenRispetto alla lettura pessimistica del filosofo Giorgio Agamben, per il quale «l’ondata di panico che ha paralizzato il paese mostra con evidenza è che la nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita», preferisco l’efficace riflessione di Slavoj Žižek. Virus-Slavoj-Žižek-982x540Nel recente instant e-book Virus pubblicato da Ponte alle Grazie, il filosofo sloveno invita piuttosto a cogliere «la suprema ironia del fatto che quello che ci ha uniti e ci ha spinto alla solidarietà globale trova espressione nell’ambito della vita quotidiana nelle prescrizioni che vietano contatti ravvicinati con gli altri o impongono addirittura l’auto-isolamento». Continuando sul medesimo registro, Žižek auspica che – superata l’emergenza Covid-19 – si venga questa volta contagiati da «un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione». Al di là dell’America [o di chicchessia] first e dell’assunzione dei pieni poteri à la Orban… L’uscita dall’isolamento verrebbe così a coincidere con un radicale ripensamento politico che ridimensioni il ruolo dei mercati a vantaggio della tutela della vita delle persone, ristrutturi le priorità politiche in ordine al bene comune e impari finalmente a costruire più ospedali al posto di sofisticate macchine da guerra… Non è forse questa la direzione che ci indica oggi la vittoria del Crocifisso risorto, per ripensare la società nella storia? Passata la tempesta, la Chiesa dovrà assumersi la responsabilità di aprire un franco confronto per avvalersi di quest’esperienza mondiale al fine di ripensare “a servizio dell’uomo” le dinamiche della ricerca medica e farmaceutica, il modo di concepire l’economia globale o la relazione tra l’umanità e l’ambiente, nella rinnovata consapevolezza dei rapporti che sembrano esistere tra la crescente deforestazione ed il moltiplicarsi dei contagi virali. Benedizione Urbi et orbi per la pandemia_Roma_27-03-2020Come ha riconosciuto papa Francesco, durante il Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, con la tempesta “coronavirus” – questo parassita obbligato che collochiamo tra la vita e la morte – «è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». È senza dubbio dalla fraternità che occorre ripartire, aiutandoci l’un l’altro a ricordare – dall’interno della pandemia – che «questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai».

Orso Predicatore - Matita 2

 

Con più sentiti auguri a tutti i lettori per una santa Pasqua nella gioia del Crocifisso risorto!

Il virus che ci libera dall’individualismo (“Nostro Tempo” 8 marzo 2020)

La peste«La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. […] I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce ne s’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi». Come avrà intuito la maggior parte dei lettori di questa modesta rubrica mensile, si tratta di un passaggio de La peste di Albert Camus. Pubblicato nel 1947, il romanzo dello scrittore ed intellettuale engagé – premiato dieci anni dopo col Nobel per la Letteratura – presenta certamente una scabra metafora dell’occupazione nazista e, più ampiamente, del male sperimentato dall’umanità, ma in questi giorni molto singolari segnati dal diffondersi del Covid-19 può essere riletto anche “semplicemente” per il suo senso letterale, per la capacità di evocare le molteplici risonanze del contagio. Rileggere Camus nell’epoca della globalizzazione tecnocratica, lungi dal risultare un’operazione inattuale, può infatti aiutarci ad attraversare – mentalmente indenni – il chiacchiericcio dei populisti e le paranoiche ricostruzioni dei complottisti, le code per approvvigionarsi di acqua e viveri per tacere le proteste per il rinvio delle partite di calcio. CamusConfrontarsi con la sapiente narrazione di un’epidemia molto più straziante e letale, dialogare con i diversi personaggi misurandosi con pensieri, sentimenti ed azioni sorti nella sofferta solitudine dell’isolamento di Orano, decifrare l’umanesimo integrale e solidale del dottor Rieux o gli affondi teologici delle omelie di padre Paneloux S.J., sono solo alcuni degli esercizi di pensiero che la lettura de La peste ci consente di compiere per tentare d’imparare qualcosa da quest’epidemia di coronavirus. A mio parere, ci sono due temi che emergono tra gli altri da quest’inaspettata esperienza e non mi riferisco – come qualche lettore potrebbe a ragione immaginare – alla classica questione di pertinenza della teodicea si Deus sit, unde malum? (se Dio esiste, da dove il male?) o al senso della sofferta scelta di non ammettere i fedeli alle celebrazioni eucaristiche. [A mo’ di nota a margine, spero che quest’ultima situazione abbia costretto non pochi cattolici praticanti ad interrogarsi su che cosa significa essere Chiesa in una società secolarizzata, in cui lo Stato laico in casi eccezionali può chiedere alle autorità religiose di limitare la partecipazione al culto divino per tutelare la salute pubblica e la sostenibilità delle strutture sanitarie. Un caso serio, certamente, che ha portato alcuni a disobbedire, altri a protestare o a criticare le decisioni dei vescovi, ma che – in ogni caso, con buona pace dei più intransigenti – non ha assolutamente a che vedere con qualsiasi presunta forma di svalutazione della santa Messa!]. Chiusa la parentesi, il primo tema che intendo prendere in considerazione rispetto all’attuale epidemia riguarda la rinnovata consapevolezza dell’innegabile vulnerabilità umana. Covid-19Che a fronte del progresso medico, economico e tecnologico dell’Occidente la coscienza di questa fondamentale caratteristica umana si sia indebolita può essere facilmente rilevato a livello sociologico, al punto che – al di là delle singole vicende biografiche – vi è chi ha pensato di inquadrare la morte come mero “problema tecnico” da risolvere nel futuro prossimo attraverso gli sviluppi delle biotecnologie e dell’ingegneria biomedica. Mi riferisco all’acclamato Homo Deus. Breve storia del futuro di Yuval Noah Harari, storico della Hebrew University di Gerusalemme, che procede dalla descrizione del controllo conquistato dall’umanità sulle calamità naturali, sulle epidemie e sulle guerre: «All’inizio del XXI secolo è più probabile che l’umano medio muoia per un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaida. […] nella lotta contro calamità naturali come aids ed Ebola i rapporti di forza si stanno sbilanciando a favore dell’umanità. […] È finita l’epoca in cui osservavamo atterriti e indifesi l’infuriare delle epidemie sul pianeta». Non è ovviamente sufficiente limitarsi a costatare quanto surreale appaia oggi quest’affermazione; occorre invece riscoprire il senso della nostra vulnerabilità in modo da orientare le ricerche scientifiche non nella direzione irrealistici progetti di potenziamento, quanto piuttosto verso la prevenzione e la cura di ogni essere umano. Narciso-CaravaggioMa la riconquista del senso della vulnerabilità da sola non basta, occorre anche – ed è il secondo tema – comprendere che l’attuale epidemia ci ricorda quanto sia ancora più illusoria la pretesa di poter vivere ripiegati su se stessi, secondo il diktat della non inferiore pandemia d’individualismo narcisistico. Benché possa preludere ad una recrudescenza egoistica, il coronavirus ci ricorda che non siamo individui assoluti, cioè sciolti-da-legami, ma persone-in-relazione al punto che – proprio in forza del corpo e del suo radicamento nella natura-ambiente – siamo tutti collegati, dalla Cina alla bassa lombarda. Solo se pensata insieme alla relazionalità intrinseca del genere umano, la consapevolezza della vulnerabilità che non cede alla paura può rigenerare quella cultura della solidarietà che, anche se impersonata da non-credenti come il dottor Rieux, costituisce un’efficace praeparatio evangelica.

Ritornare a pensare per custodire la fede (“Nostro Tempo” 9 febbraio 2020)

Era un’algida mattina d’inverno. Districandomi dalla folla che scorre lenta lungo la più celebre delle piazze di Milano, entro con la curiosità di sempre all’interno di una nota libreria perdendomi subito tra reparti e scaffali. Per ovvi motivi il mio sguardo si sofferma sull’angolo dedicato alla religione e, in particolare, alla Chiesa cattolica. Tra i volumetti che raccolgono gli interventi del Papa o quelli dei più noti tra coloro che si sforzano di tradurre la spiritualità cristiana per il grande pubblico, emerge tutta una serie di libri capaci tanto di suscitare l’indignazione o di solleticare la pruderie del cosiddetto grande pubblico, quanto di provocare dolore – non sgomento, né smarrimento – in coloro che la Chiesa la amano per davvero. 1200px-Caravaggio_-_Taking_of_Christ_-_DublinNe ricordo solo alcuni tra i più noti: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (2010) di Federico Tulli, Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia (2012) di Carmelo Abbate; Vaticano S.P.A. (2017) e Peccato originale (2018) di Gianluigi Nuzzi; Avarizia (2015) e Lussuria (2017) di Emiliano Fittipaldi e, per finire, la “sociologia” del pettegolezzo ecclesiastico contenuta in Sodoma (2019) di Frédéric Martel. Le considerazioni da fare su questa pubblicistica e ancor più sui fatti – veri o presunti tali, raccontati adeguatamente o fraintesi – sarebbero troppe e forse troppo complesse. Qui vorrei accennare solo ad una domanda che la semplice menzione di questi volumi non può non suscitare: se è vero che la Chiesa, e proprio all’interno del clero, conta anche pedofili, speculatori finanziari, corruttori politici, diffamatori seriali, omosessuali assiduamente praticanti a dispetto della pubblica professione celibataria… com’è possibile continuare serenamente a ripetere ogni domenica e in ogni solennità: Credo la Chiesa…santa? I papi del post-concilio, da san Paolo VI a Benedetto XVI, hanno chiesto pubblicamente perdono per le molteplici colpe compiute dai membri della Chiesa cattolica. Ultimamente papa Francesco, concludendo nel 2018 l’Assemblea sinodale dei Vescovi dedicata ai “giovani”, ha ricordato che la Chiesa è santa, è «Madre santa con figli peccatori. […] Ma la Chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no». Tommaso d'Aquino_MiniaturaPer continuare a credere nella santità della Madre Chiesa, senza aggrapparsi ad inautentiche apologie autoreferenziali, occorre certamente pregare e convertirsi al Vangelo, ma bisogna anche riprendere quella sana abitudine cattolica che chiamiamo pensare. A dispetto di un recente orientamento che tende a sottostimare quest’attività propriamente umana, è urgente ribadire con fermezza che pensare è essenziale alla fede. Come già fede sant’Agostino, il quale – scolpendo, per così dire, nel marmo una consapevolezza maturata nella comunità cristiana dei primi secoli – non esitava a dichiarare che «la fede, se non è pensata, non esiste» (fides si non cogitetur, nulla est, in De praedestinatione sanctorum II,5). Poiché l’esercizio del pensiero teologico è un compito arduo, per la ricchezza e la profondità delle fonti, ritengo fondamentale rileggere ancor oggi i contributi sulla santità della Chiesa e il peccato dei suoi membri scritti da Hans Urs von Balthasar, da Henri de Lubac, da Karl Rahner o da Yves Congar. 9congarL’ecclesiologo domenicano, in particolare, è stato in grado di onorare l’assoluta santità della Chiesa in quanto – come Corpo di Cristo, Sposa del Verbo e Tempio dello Spirito Santo – è di Dio e da Dio, senza però dimenticare quella ch’egli ha chiamato «una certa dialettica tra ci che è dato da Dio e ciò che è ricevuto e realizzato dagli uomini», a motivo della libera risposta alla grazia o del suo più drammatico rifiuto. In questo senso, pensare la santità della Chiesa insieme al peccato dei suoi membri comporta che si affronti seriamente il tema della riforma: «i peccati, formalmente, sono personali. Per la loro importanza tuttavia, la loro accumulazione, la situazione determinante di chi li commette, finiscono per vere un effetto sulla santità dell’intero corpo e creare nella Chiesa situazioni malsane. […] La vita della Chiesa è così costellata di movimenti di riforma». Anche papa Francesco, non senza ostinate resistenze, sta cercando di accompagnare la comunità dei credenti sulla via della riforma, forte in questo caso dell’insegnamento della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, il quale riconosce chiaramente che «la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento» (n. 8). Se il compito di sciogliere l’apparente contraddizione che emerge tra un’affermazione di fede e le azioni degli uomini spetta evidentemente ai teologi, la fede “pensata” ci assicura che la risposta più efficace resta di gran lunga quella offerta dalla santità di vita dei cristiani che – per grazia di Dio – onorano nei gesti e nelle parole quella santità che è proprietà essenziale della Chiesa “solo” perché Cristo l’ha amata e ha dato se stesso per essa (cf. n. 39). 152-001-2016-Casa-Luigi-Cervi-Albinea-Italia-CoverLa condizione umana, costitutivamente sociale, richiede tuttavia che alla conversione segua anche una riforma di alcune strutture ecclesiali, che non sono più in grado di servire adeguatamente la missione propria della Chiesa o che finiscono per costituire un ostacolo all’evangelizzazione. Più complessa è la riforma della “mentalità”. Mi riferisco a quel clericalismo denunciato da papa Francesco nella Lettera al Popolo di Dio come «modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa», il quale «favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo». Ripensare radicalmente la formazione del clero, ben al di là del pur utile ricorso alla psicologia, è un compito che ormai non è più possibile rinviare. Se non ora, quando?