Ritorno al futuro: il pensiero economico medievale come ispirazione per un’alternativa al mainstream

Lo studio del pensiero economico elaborato nel Medioevo, per quanto negli ultimi tempi si sia alquanto sviluppato, rimane ancora da esplorare a fondo – non tanto come anticipazione della moderna scienza economica – bensì come fonte d’ispirazione per ripesare diversi dogmi dell’attuale mainstream della scienza economica. Non da ultimo, a partire dal senso stesso della riflessione sull’economia, soprattutto in relazione al rapporto con l’etica e con la Rivelazione. Una fase di questo lavoro consiste, tra le altre cose, nel tentare di ripensare l’avvenuto passaggio verso l’autonomia dell’economia – le cui premesse vanno riconosciute nella svolta epocale che si è data a cavaliere tra XIII e XIV secolo – e il suo senso, tanto per la valutazione della modernità, quanto per l’inquadramento del suo oltrepassamento. Un progetto che, evidentemente, intende costituirsi come alternativo sia all’interpretazione ingenuamente progressista, sia agli impossibili aneliti ad una nostalgica restaurazione.

  1. Alcuni punti del pensiero economico di san Tommaso d’Aquino

Come ha ben notato Odd Langholm anche nel campo della storia del pensiero economico un eccesso di concentrazione, spesso strumentale, sull’Aquinate – qui concepito come esponente sintetico di tutto il pensiero economico medievale – ha condotto ad un esito «doppiamente nefasto»[1]. Da un lato, infatti, tale considerazione ha portato allo smarrimento dell’originalità del pensiero di Tommaso, il quale, dall’altro, è stato inevitabilmente interpretato come la premessa per qualsiasi sviluppo moderno. Poiché nelle storie del pensiero economico il capitolo dedicato agli sviluppi avvenuti nel medioevo, per disinteresse o per pigrizia, ha spesso visto come unico protagonista l’Aquinate, allora diminuisce di molto lo stupore con cui lo si trova chiamato in causa come responsabile dei pregi o dei difetti, non solo delle idee professate dai medievali, ma anche delle concezioni moderne che avrebbe anticipato. Mentre, ad esempio, Michael Novak – sulla scia di Lord Acton e di Friedrich A. von Hayek – considera sorprendentemente Tommaso il primo Whig, collocandolo pur prudentemente accanto a Thomas Jefferson e ad Adam Smith[2], Ernesto Screpanti e Stefano Zamagni leggono «in Tommaso, un tentativo di giustificare la proprietà privata che sembra il primo anello di una lunga catena che […] collega il pensiero scolastico al socialismo ottocentesco»[3].

A fronte della suddetta sovresposizione ermeneutica, determinata certamente dal ruolo che l’Aquinate ha rivestito e – per certi aspetti – riveste ancora per il Magistero della Chiesa Cattolica, il compito che ci assumiamo consiste nella rilettura di alcuni testi della Summa theologiae che onori quel principio dell’interpretazione che Paul Ricoeur ha chiamato distantiation. Cosa si può apprendere dall’insegnamento di Tommaso alla luce dell’alterità della sua visione dell’economia rispetto a quella maggiormente diffusa nella contemporaneità? Lo discuteremo dopo aver letto le concezioni dell’Aquinate sul senso della ricchezza, sul denaro, sulla proprietà privata e sull’usura contenute nella Summa e, in particolare, nel “Trattato sul fine ultimo” e all’interno del “Trattato sulla virtù della giustizia” che è il contesto più ampio nel quale vengono collati tali argomenti. I testi facilmente reperibili in rete sono:

ST I-II, q. 2, a. 1 [Se la beatitudine dell’uomo consista nella ricchezza: che aiuta a connettere la questione economica con il senso fondamentale della vita umana, indicando come la ricchezza non deve essere concepita come un idolo – che illude ed esige inevitabilmente dei sacrifici, primo dei quali quello della nostra felicità!];

ST II-II, q. 66, a. 7 [Se sia lecito rubare per necessità: che è utile per vedere come l’Aquinate concretizzi e circoscriva quello che nella Dottrina sociale della Chiesa viene chiamato (principio della) “destinazione universale dei beni” in ordine ad una relativizzazione della nozione di “proprietà privata”];

II-II, q. 78, a. 1 [Se sia un peccato percepire l’usura per il danaro prestato: ci aiuta non considerare un “fatto naturale” il prestito ad interesse… può costituire un invito a ripensarne la forma, il valore nel moderno modo di vivere e i suoi vantaggi effettivi, per non dire nulla dei suoi svantaggi].

  1. La scuola francescana, ovvero delle premesse medievali all’economia moderna

Intorno al 1300 si è tuttavia prodotta una svolta decisiva nella storia del pensiero. John Milbank, al riguardo, sostiene che il cambiamento di paradigma più decisivo della cultura occidentale può individuarsi in una disputa tra frati! È con l’introduzione del volontarismo, della dottrina dell’individuazione e dell’univocità ontologica, da parte di Duns Scoto (1263/66-1308), e del nominalismo e della tendenza empiristica, da parte di Guglielmo di Ockham (1290 ca.-1349), che – una volta che il dispositivo teo-ontologico della partecipazione sia stato abbandonato – diviene urgente ripensare, tra le altre cose, il diritto naturale che viene reso contingente dal primo e, infine, sottoposto al diritto positivo e soggettivo dal secondo. Questa trasmutazione dell’orizzonte del pensiero ha portato giustamente Oreste Bazzichi a riconoscere nell’ambiente intellettuale francescano il luogo culturale in cui ritrovare le premesse effettive del pensiero moderno e, per quanto sta noi, della moderna scienza economica.

“Se la nostra analisi è corretta, possiamo concludere, in prima approssimazione, che quando vogliamo cercare la relazione tra diritto naturale e nascita delle scienze sociali, quali oggi le intendiamo nel loro carattere e nel loro contenuto, non è alla dottrina di san Tommaso che possiamo rivolgerci, ma alla concezione del diritto naturale della scuola francescana e, in particolare, di Ockham. Perciò, la proposizione di Schumpeter: «La scienza sociale scopre se stessa nel concetto di diritto naturale» [Storia dell’analisi economica, Boringhieri, Torino 1959], acquista valore epistemologico solo se il riferimento è legato al pensiero teologico-giuridico francescano; se, invece, l’illustre economista, nello scrivere tale proposizione, avesse avuto in mente l’accezione di jus naturale, identificato con il divinum degli altri teologi (san Tommaso e scuola tomista), allor avrebbe certamente commesso un errore di valutazione. Ma ciò non sembra credibile[4].

Dal punto di vista antropologico, Bazzichi giustamente sostiene che la grande svolta sta nell’affermazione del primato della volontà e, quindi, nella sua necessaria reinterpretazione, che hanno comportato l’emergere della concezione per cui la persona sia libertà e correlativamente che l’essenza della libertà sia il potere di autodeterminazione. Queste osservazioni portano l’Autore a descrivere il decorso del pensiero economico in questo modo: «Dal volontarismo scotista alla filosofia morale del mercato di Adam Smith»[5]. Se il decorso è stato questo, almeno in prospettiva sistematica, è molto interessante notare come le riflessioni più originali della scuola francescana si affacciano proprio sul versante del pensiero economico su “capitale”, “valore”, “giusto prezzo”, “interesse”, “cambio”, “sconto” in un pensatore di poco anteriore a Duns Scoto come Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298), che anticipa – per un distacco ancora tollerabile dal pensiero dell’Aquinate – la svolta soggettivista e volontarista che si realizzerà intorno alla sua morte. È solo su questa base che la scuola francescana conseguirà gli obiettivi che la caratterizzano, la legano alla successiva introduzione dei Monti di Pietà e la rendono così l’effettivo anello di congiunzione tra l’orizzonte medievale e quello proto-moderno come l’«utilità sociale della mercatura, remunerazione del prestito e produttività del denaro»[6].

È con l’Olivi, infatti, che viene superata – senza incorrere nella condanna ecclesiale – la concezione della sterilità del denaro, per cui al capitale – proprio in forza dell’intenzione (propositum), della volontà soggettiva di destinazione – viene riconosciuto un valore distinto e superiore a quello della semplice moneta: il valor superadiunctus. In quanto, per quanto in forma seminale, il contiene il lucro (“lucro cessante”, “danno mergente”, “interesse”). Sempre all’Olivi spetta la ridefinizione del valore di una cosa al di là del criterio della sua natura. Il valore che una cosa ha per natura è infatti diverso da quello che ha in forza dell’uso (topo / pane). Il valore d’uso viene poi determinato in base a tre criteri: 1) le sue proprietà intrinseche; 2) la scarsità o difficoltà nel suo reperimento; 3) la preferenza individuale di chi desidera usarla. Il giusto prezzo invece viene determinato, in ordine al bonum commune, dalla comunità rispetto a quattro criteri: a) la graduatoria naturale dell’utilità delle cose; b) l’abbondanza o la rarità; c) il lavoro e il rischio per ottenere la disponibilità delle cose e dei servizi; d) il grado e la dignità degli uffici nella determinazione delle retribuzioni.

Attraverso esponenti come Alessandro di Alessandria (1270-1314) e, poi, Bernardino da Siena (1380-1444), passando per la Scolastica Barocca e la mediazione di Grozio, si giunge fino alla Scozia del XVIII secolo ed ad Adam Smith. Un ulteriore problema sarebbe quello di ripensare lo sviluppo dell’Umanesimo… al di là della frattura introdotta dallo Scisma d’Occidente che ha lacerato l’Europa permettendo l’imporsi del nazionalismo e del razionalismo secolare… ritornare quindi all’Alba incompiuta del Rinascimento (Henri de Lubac) per avviarci verso un’autentica postmodernità.

[1] O. Langholm, L’economia in Tommaso d’Aquino, Pref. di D. Parisi, Vita e Pensiero, Milano 1996, 17. Cfr. anche G. Todeschini, «Ecclesia» e mercato nei linguaggi dottrinali di Tommaso d’Aquino, «Quaderni storici» 35, 105 (2000) 585-621.

[2] Cfr. M. Novak, Appendix: Thomas Aquinas, the First Whig, in Id., This Hemisphere of Liberty: a Philosophy of the Americas, Aei Press, Washington 1992, 107-124. Al di là di questa strategica operazione ermeneutica, preferiamo la posizione di Odd Langholm, op. cit., 43: «non si trovano facilmente tracce di Adam Smith in Tommaso».

[3] E. Screpanti – S. Zamagni, Profilo di storia del pensiero economico. Dalle origini a Keynes, Terza edizione aggiornata e ampliata, Carocci editore, Roma 2004, 42

[4] O. Bazzichi, Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica, Effatà Editrice, Cantalupa (TO) 2010, 39. Per un primo confronto testuale, cfr. A. Spicciani, Gli scritti sul capitale e sull’interesse di Fra Pietro di Giovanni Olivi. Fonti per la storia del pensiero economico medievale, «Studi francescani» 73 (1976) 289-325. L’Ordine dei Minori, anche a causa dell’alto numero di mercanti tra gli aderenti alle Fraternite del Terz’Ordine, maturano un’opinione più favorevole al commercio: «I Francescani che scrivono di economia hanno ben chiaro, tanto nella Narbonne di Olivi, quanto nella Oxford di Giovanni Duns Scoto o nella Genova di Alessandro Lombardo, che un usuraio di professione non può essere confuso con un mercante professionista». Cfr. G. Todeschini, Ricchezza francescana. La povertà volontaria nella società di mercato, (Intersezioni, 268), Il Mulino, Bologna 2004, 124-136: 124-125.

[5] Ivi, 70-77.

[6] Ivi, 100.

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